mercoledì 19 novembre 2014

Irène Némirovsky, Il Vino della Solitudine

"Il tempo passava. Alcuni uomini entravano, altri uscivano.
Vide strani personaggi, donne anziane che reggevano una borsa con mani ancora malferme dal tanto oro che avevano maneggiato.
Non era il primo casinò che Hélène vedeva; uno dei suoi più lontani ricordi risaliva a quando aveva attraversato la sala giochi a Ostenda, dove a volte le monete d'oro rotolavano tra i piedi dei giocatori indifferenti. Ma, adesso, i suoi occhi sapevano vedere più in là del mondo visibile.
Guardava quelle donne imbellettate, impiastricciate di trucco, e pensava: «Chissà se hanno dei bambini... Se sono state giovani... E chissà se sono felici...».
Perché arriva un'età in cui la compassione che fino a quel momento abbiamo riservato solo ai bambini assume una forma diversa, un'età in cui scrutiamo i volti avvizziti dei «vecchi» e intuiamo che un giorno assomiglieremo a loro...
E lì finisce la prima infanzia." 
Irène Némirovsky

La ricchezza e lo sfarzo spesso nascondono drammi insanabili, piccole tragedie che si consumano all'interno delle mura domestiche. Questo è il tema, narrato magistralmente, de Il Vino della Solitudine, dramma autobiografico frutto della brillante penna di Irène Némirovsky, spezzata non ancora quarantenne nel campo di concentramento di Auschwitz.


L’intera vicenda è vista attraverso gli occhi della piccola Hélène (alter-ego di Irène), una bambina infelice, trascurata dai genitori, ma tanto matura da dover abbassare il suo linguaggio per rendersi lei, bambina, comprensibile agli occhi degli adulti: “[…]parlando, era obbligata a collocare le parole in frasi più semplici, più comuni e maldestre, e questo provocava nel suo modo di esprimersi una sorta di esitazione, un balbettio che irritava sua madre[…]”
Mediata dallo sguardo acuto della ragazzina si scopre la vera esistenza della famiglia Karol sotto il belletto, le serate di gala, i milioni, accumulati dal padre grazie alle speculazioni in borsa… Una vita miserabile, dove si annida il tarlo del gioco d’azzardo e il terrore della vecchiaia, asservita alle rigide costrizioni che la borghesia impone, dove un tovagliolo ben sistemato sulle ginocchia vale molto più di una carezza materna.
Quando anche la sua amata governante, la signorina Rose, sarà spazzata via dalla capricciosa superficialità della madre per coprire una tresca con il cugino Max, Hélène comincerà a covare un sentimento di rivalsa e odio profondo verso questo sistema sterile e alienante.
Passano gli anni velocemente. Karol e Bella sono degli spettri di esseri umani: Karol, morente, consumato dalla febbre del gioco e dall’alcol, e Bella, ormai vecchia, soffocata da strati e strati di cerone, solcati dai rigagnoli neri delle lacrime per Max, ormai non più innamorato di lei. Hélène, florida, giovane donna, attua la sua vendetta: seduce con facilità l’amante della madre, per poi, inorridita dal pensiero di diventare parte della società da lei stessa odiata, rifiutarlo.
Durante il funerale del padre, prende la sua decisione. Cominciare a vivere realmente, lottare per essere felice, per non lasciar scorrere tra le dita la sua esistenza tanto preziosa. E il suo viaggio comincia con la solitudine, una solitudine “aspra e inebriante”, investita dal freddo vento parigino sotto l’Arco del Trionfo.

Pubblicato nel 1935, Il Vino della Solitudine è uno dei romanzi più personali e amati dall'autrice stessa, tanto da aver appuntato come dedica sulla copertina "da Irène Némirovsky a Irène Nemirovsky".
Le descrizioni del romanzo sono sublimi, basti pensare alle fredde giornate pietroburghesi, o ai movimenti languidi e sensuali della madre di Hélène in compagnia degli amanti.
La rivoluzione d'Ottobre, una delle più grandi battaglie del '900, etra in scena quasi con leggerezza, per uscirne subito e far posto alle piccole grandi tragedie di una famiglia come tante, dilaniata dalla ricchezza.
La Némirovsky è riuscita a rendere in maniera del tutto credibile il disagio borghese, dove ciò che è giusto e sbagliato si mescolano indissolubilmente, al fine di trovare un equilibrio: Bella tenta la via della lussuria, del capriccio, circondandosi da uomini, partecipando a balli e feste, Hélène invece intraprende la strada della solitudine, ma non senza passare prima attraverso il cammino indicatole dalla madre, da cui nel finale si staccherà con forza, consapevole comunque che "da un'infanzia infelice non si guarisce mai".

2 commenti:

  1. I pregi che descrivi sulla scrittura della Némirovsky li ho visti in "Il signore delle anime", uno su tutti "ciò che è giusto e sbagliato si mescolano indissolubilmente".
    E' stato l'unico suo libro letto, ma perché non leggerne altri? ^^

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    1. Beh, potresti cominciare proprio con questo! ;)

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