venerdì 14 novembre 2014

La forza delle parole: Edoardo Vigna intervista David Grossman

Teatro Dal Verme, 13 novembre 2014


La città di Milano, in occasione dell’inaugurazione dell’evento BookCity, ha conferito a David Grossman (scrittore e saggista di fama internazionale) il sigillo della città. La scelta del sindaco Pisapia è ricaduta sullo scrittore israeliano per tre ragioni fondamentali:
- Il suo rapporto con l'Italia ed in particolare Milano, dove ha spesso presentato i suoi romanzi, circondato dall'affetto e dal sostegno dei suoi numerosi lettori;
- Essere uno dei più importanti scrittori contemporanei che, nelle sue opere, ha affrontato le varie sfumature dei più profondi sentimenti umani;
- Il suo impegno in prima persona nel sostenere fortemente il dialogo e la ricerca di una soluzione pacifica della questione palestinese.
Edoardo Vigna, caporedattore del Corriere della Sera e responsabile della sezione Attualità del settimanale Sette, ha avuto il piacere e l’onore di fargli qualche domanda, per capire meglio l’uomo che si nasconde dietro i suoi romanzi, in particolare l’ultimo, Applausi a scena vuota.

Nella speranza di ritrovarmi io, un giorno, a intervistare queste grandi personalità, riporto di seguito l’intervista.


La forza delle parole

Edoardo Vigna: Due parole per presentare il suo nuovo libro [Applausi a scena vuota]. Sta parlando uno dei coprotagonisti del romanzo, che racconta dell’amore della sua vita: “Tu che eri più giovane di me di quindici anni e adesso lo sei di diciotto, e ogni giorno di più. Tu che quando mi avevi chiesto di sposarti avevi promesso di guardarmi sempre con occhi buoni, gli occhi di un testimone amorevole, avevi detto. E mai in vita mia nessuno mi aveva detto niente di più bello”. Che cosa sono gli occhi buoni? Come si riconoscono?
David Grossman: Io penso che capiti spesso di vedere persone che si guardano con occhi ostili, a volte indifferenti, che è forse addirittura peggio che essere osservati con occhi cattivi. Deve esserci nell’esistenza almeno un essere umano che ci possa accompagnare per un periodo della nostra vita per farci capire che esistono delle cose buone, che ci ricordi sempre cosa significa essere buoni. Anche perché molto spesso cadiamo nella trappola e collaboriamo con questi sguardi ostili che riceviamo e diventiamo noi stessi critici. Perciò io ritengo sia importantissimo per tutti avere almeno un testimone compassionevole, perché questo ci dà automaticamente una responsabilità: noi stessi dovremo esserlo nei confronti di questa persona.

EV: Il titolo di questo incontro è “La forza delle parole”, e come inaugurazione di Bookcity non potrebbe avere titolo né testimone migliore. C’è ancora questa forza nelle parole, lei l’ha vista all’opera? In particolare, le è capitato di vedere anche la forza delle sue parole?
DG: Sì, la forza delle parole sicuramente esiste. Però è vero anche che esse possono essere spesso manipolate: le parole e il linguaggio diventano fondamentali soprattutto in un paese dove la situazione è estrema, dove tantissima è la paura, dove c’è un’assenza di volontà di partecipazione. È importante una cosa in particolare: insistere sulla precisione, sull’accuratezza. È importantissimo chiamare le cose con il proprio nome, perché a volte le parole vengono piegate in modi diversi, ad esempio dai governi piuttosto che dagli eserciti o dalla nostra ansia, e in questo senso forse gli scrittori possono, a volte, aiutare.
La seconda cosa è insistere sulle nuances tra le parole. Il mondo molto spesso viene definito dai mass media, che quasi per natura tendono ad essere molto generalisti. Secondo me bisognerebbe prendere queste definizioni e rimescolare il tutto per trovare quella che è veramente la realtà. Più ricca è la lingua più è forte il nostro contatto con la vita e più diventiamo capaci di capire quelle piccole sfumature che ci portano alla delicatezza dell’esistenza.
Il potere delle parole, mi è stato chiesto se io l’ho mai percepito. Quando ho raccontato cose davvero disperate e terrificanti mi sono reso conto che molto spesso viene creata una sorta di barriera: la gente si protegge dalla realtà, non riesce ad accettarla. A volte raccontare quella stessa realtà con parole diverse può essere di grande aiuto perché provoca sorpresa nelle persone, che a quel punto si vedono esposte e devono  necessariamente pensare a come riformulare le risposte. In quel momento l'essere umano è in grado di capire e di cambiare le cose.
Come voi saprete io amo molto Bruno Schulz, scrittore comico dell’inizio del XX secolo, che è poi morto nell’Olocausto. Lui diceva che la lingua, agli albori della civiltà, fosse un lunghissimo serpente che era stato tagliato in migliaia di pezzi, le parole. Queste sono poi state distribuite in tutto il mondo. Secondo  me uno scrittore cerca di fare qualcosa di simile. È un po’ come quando si cercano di unire due parole che di solito non vengono accostate l'una all’altra: può suonare bizzarro inizialmente però poi scatta un qualcosa, si accende una luce, e questo permette davvero all’anima dell’individuo di aprirsi, di ampliarsi. Queste due parole poi si riconoscono nel buio, ed è in quel momento che si riesce a toccare qualcosa di vero.

EV: Le chiedo di fare un gioco: se dovessimo scrivere una lettera e lasciarla a un uomo che vivrà nel 2114, tra 100 anni,  quali termini potrebbero descrivere la contemporaneità?
DG: Una parola potrebbe essere distacco, alienazione, un termine che caratterizza la nostra società. Come seconda parola forse utilizzerei incertezza e probabilmente la terza parola, l’unica in grado di portarci veramente al XXII secolo, sarebbe speranza. Parlerei all’uomo del futuro dei problemi contraddittori che caratterizzano la nostra collettività, e noi come singoli individui.

EV: C’è una parola che lei non utilizzerebbe mai nei suoi libri?
DG: No, il dizionario è aperto.

EV: Ha citato prima Bruno Schulz. C’è un altro scrittore che ha segnato la sua vita, Shalom Aleichem. So che c’è stato un libro molto importante, che le ha regalato suo padre quando aveva solo otto anni e mezzo. L’aveva amato così tanto da impararlo tutto a memoria. 
DG: Shalom Aleichem era uno scrittore ebreo russo, raccontava nei suoi libri la vita che si viveva nei piccoli villaggi di Russia e Lituania alla fine del XIX secolo. Mio padre veniva proprio da quelle zone: nel ’36, quando aveva nove anni, si è trasferito in Palestina dalla Russia con sua sorella e sua madre. Mio padre non mi parlava mai della sua storia passata nell’altra parte del mondo… Ma io volevo tanto sapere. A un certo punto si è rivolto a me, mi ha mostrato questo libro dicendomi “prendilo: là si viveva così”. E io ho subito capito perché nel darmelo mi sorrise in un modo strano, come un bambino che si voglia scusare. Ho capito che mi aveva dato la chiave per capire la sua infanzia e la sua vita.
Mi sono messo a leggerlo e ho scoperto questo mondo magico, che parlava di ebrei in un mondo nel quale esistevano anche i non ebrei, cosa che io non sapevo assolutamente… Me ne scuso, ma ero così da bambino. Sono entrato in questa realtà completamente nuova.  Penso che sia stato per me un po’ come è adesso per i ragazzini leggere Harry Potter. Era un libro con un codice diverso, un linguaggio diverso. C’erano strani rapporti con le persone, e addirittura le pagine erano contrassegnate da lettere.
Leggevo dell’uomo che va a raccogliere l’acqua dal pozzo, piuttosto dello stregone-dottore, dei rabbini, dei bambini che andavano a scuola e cominciavano a tre anni a studiare. Era un mondo assolutamente vivo che si muoveva in parallelo con la mia vita di tutti i giorni, negli anni ’60.
Poi un giorno, il giorno della Memoria, eravamo tutti a scuola, e gli insegnanti non sapevano bene come raccontarci di questa storia, eravamo bambini e non potevamo capire. Non riescono a capire i bambini e non riescono a capire neppure i grandi perché ci sia stato questo grandissimo mistero del male: cercare di comprendere la Shoah è come essere davanti al sole e rimanerne accecati. Ricordo che ci dissero di metterci in camicia bianca e pantaloni neri, e di stare ben attenti, perché ci avrebbero fatto dei discorsi, ma per noi non avevano nessun senso. A un certo punto mi è venuto in mente che tutte queste persone che erano state uccise erano proprio quelle di cui avevo letto le storie, il lattaio, il ragazzo che scommetteva per strada… Ricordo di essere rimasto scioccatissimo, anche perché come israeliano mi chiedevo “dov’erano i carri armati? Dov’era l’esercito? Perché non abbiamo colpito anche noi?”. In quel momento mi sono reso conto che il mio mondo, che correva parallelo a quello reale, era scomparso.

EV: Nato e cresciuto a Gerusalemme: la guerra e il conflitto erano intorno a lei. Quando e come ha preso coscienza di cosa era realmente la guerra?
DG: Mi ricordo benissimo, avevo tredici anni e avevo ascoltato tradotto il discorso di Nasser, l’allora presidente dell’Egitto, un mito per il mondo arabo. Ricordo che nella sua dichiarazione aveva detto “Li butteremo tutti a mare”. Io l’avevo presa assolutamente sul serio, ho preso lezioni di nuoto.
Nel ’67 e c’è stata la guerra dei sei giorni. Ricordo di aver avuto tantissima paura: pensavo che non saremmo sopravvissuti, che saremmo morti. Tanti lo pensavano, noi eravamo circa tre milioni, e avevamo intorno circa trecento milioni di musulmani che non ci volevano e lo avevano dichiarato apertamente. La prima notte siamo andati nel rifugio. A un certo punto era arrivato un bollettino di guerra che dichiarava che Israele era riuscito ad uscirne. Io non ho provato felicità, ma solo una sensazione di grandissimo sollievo: ho pensato “ci siamo salvati”. Per sanare da questa situazione è importante capire cosa è successo all’inizio, è importante ricordare quella notte e la paura terribile che abbiamo sentito tutti.

EV: Abbiamo ancora un po’ di tempo per parlare del suo romanzo, Applausi a scena vuota. Perché ha utilizzato un linguaggio così brutale nella prima parte del libro?
DG: È il modo di parlare dei cabarettisti. Ma nel romanzo succede qualcosa di particolare. Una donna, durante uno spettacolo, riconosce il protagonista, Dova’le, poiché l’aveva visto da bambino. È un personaggio strano, quasi borderline, ma si rifiuta completamente di accettare la volgarità e brutalità di Dova’le, “non puoi essere realmente così, eri un bambino così bravo”. Con questo ‘bravo bambino’, con un atteggiamento così naif, va a rompere un clichet, l’armatura che il protagonista indossa. Dova’le si apre, per far emergere da sé una nuova storia, molto più dolce, pura, tenera. E il linguaggio si trasforma in intimo e privato.

EV: La coscienza è il problema è anche la soluzione di tutti i problemi?
DG: Difficile rispondere a una questione filosofica come questa. Grazie a Dio abbiamo tutti un’anima, un corpo e la capacità di guardare alla nostra anima e al nostro corpo nel tentativo di fare le cose migliori con entrambi. Questo è quello che ci differenzia dagli animali, e ci permette di scrutarci dentro per costruire qualcosa di buono.

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