mercoledì 17 dicembre 2014

Amos Oz, Giuda

“E Gesù? Mentre andava morendo sulla croce, nell’ora nona, l’ora in cui la gente lo prese in giro gridando Salva te stesso se puoi e scendi dalla croce (Marco 15,30), ancora lo rodeva il dubbio: sono io l’uomo? Ciononostante, tentò forse ancora, nei suoi ultimi istanti, di tener fede alla promessa di Giuda. Con le poche forze che gli restavano tirò le mani e i piedi inchiodati alla croce, tirò e si torturò, tirò e urlò di dolore, tirò e invocò suo Padre ch’è nei cieli, tirò e morì con sulle labbra le parole tratte dal libro dei Salmi, Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato (22,1). Queste parole potevano affiorare solo alle labbra di un uomo morente che crede, o cerca di credere che Dio possa effettivamente aiutarlo a strappare via i chiodi, produrre un miracolo e scendere sano e salvo dalla croce. Con queste parole Gesù morì dissanguato come un uomo comune, come chi è fatto di carne e sangue.
“E Giuda, il cui scopo e senso della vita si infransero sotto i suoi occhi sgomenti, Giuda che capì di aver causato con le proprie mani la morte dell’uomo che più amava e ammirava, se ne andò a impiccarsi. Così,” scrisse Shemuel nel suo quaderno, “così morì il primo cristiano. L’ultimo cristiano. L’unico cristiano.” 
Amos Oz

Siamo alla fine degli anni ’50. Shemuel Asch è un giovane studente prossimo alla laurea, una brillante carriera universitaria, una famiglia facoltosa alle spalle, una ragazza che lo ama. Una vita sicura, inattaccabile, se non fosse che improvvisamente ogni certezza crolla davanti ai suoi occhi: la compagna lo lascia per sposarsi con il precedente ragazzo, i genitori sono in bancarotta e i suoi studi diventano un onere troppo gravoso: decide di abbandonare l’università e anche l’importante tesi cui stava lavorando sulla figura di Gesù in una prospettiva ebraica.
La sua crisi esistenziale è forte, e né il socialismo, nel quale si rifugiava con fervore, né la religione, cui nonostante si professi ateo si appella in cerca di risposte, si rivelano adatti a restituirgli un equilibrio. L’unica alternativa è allontanarsi da Gerusalemme per ritrovare se stesso, lasciare tutto per riflettere e cercare una via, non importa verso dove: una via che lo porti a ritrovarsi. Proprio quando la decisione è stata presa, un dettaglio cattura la sua attenzione, un minuscolo foglio di carta vergato da una grafia femminile; un annuncio di lavoro inusuale, misterioso: gli si chiede semplicemente di occuparsi di un vecchio per qualche ora, in cambio di vitto e alloggio e un modesto stipendio. Ciò che deve fare Shemuel è ascoltare, ascoltare e contraddire i discorsi dell’anziano dalla cultura sterminata, ma per niente al mondo dovrà mai rivelare ad alcuno l’identità dei suoi datori di lavoro.
Qui Shemuel impara, e scopre gli avvenimenti sconcertanti che hanno segnato le vite dell’anziano Gershom Wald e della nuora, l’attraente Atalia. Scopre che il padre di Atalia, Shaltiel Abrabanel, fu accusato di alto tradimento per essersi opposto al fondatore dello stato di Israele Ben Gurion, ma soprattutto alla sua idea di costituire un minuscolo fazzoletto di terra che avrebbe votato gli ebrei a una guerra eterna e sanguinosa. Scopre che il figlio del vecchio Wald, marito di Atalia, morì in circostanze atroci durante il conflitto palestinese.
Ma soprattutto ha la possibilità di riflettere sul concetto di tradimento, che investe la figura dello stesso Gesù. Attraverso i discorsi notturni con Gershom Wald e i suoi quaderni ci addentriamo per le vie di una Gerusalemme antica, e riscopriamo quello che è da sempre considerato il tradimento per antonomasia attraverso gli occhi dello stesso Giuda. Sentiamo l’amore con cui elargiva consigli al suo maestro e la convinzione con cui lo rassicurava del fatto di essere il figlio di Dio. E come proprio in nome di questa convinzione costrinse i romani ad arrestare Gesù e crocifiggerlo, nella più totale certezza che Dio l’avrebbe tirato giù dalla croce, e solo allora il popolo l’avrebbe riconosciuto tra le centinaia di falsi profeti che invadevano la città. Assistiamo alle preghiere sotto la croce, alle sette ore di agonia in cui Gesù pregò la madre di aiutarlo, e al finale in cui Giuda stesso, la cui fede non aveva mai vacillato, si rese conto con orrore che non sarebbe arrivato nessun Dio a salvare il messia: Gesù, che mai aveva chiamato il padre, si
lascia andare in punto di morte alla supplica che sancisce la fine di ogni speranza - Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato. Giuda in preda alla disperazione ripercorre le strade di Gerusalemme, in lacrime sfiora ogni oggetto, ogni via, ogni più piccolo animale, indica le stelle e tra le lacrime sussurra “Non credete”. Sceglie un albero di fico per impiccarsi. Un albero morto, nero, senza foglie, lo stesso albero che Gesù maledì solo per non avergli offerto frutti, il gesto che doveva fargli capire che dopotutto era solo un uomo, un uomo di carne e sangue.
E con l’immagine di un fico lasciamo anche Shemuel, intento a cercare dei frutti al di sotto delle grosse foglie. Ma non è stagione. Riprende così la sua strada, sulle labbra una muta domanda e le poche risposte date da un vecchio e da un’arida, bellissima donna .

Amos Oz rilegge uno dei più controversi e oscuri episodi della Bibbia, la Passione, in una chiave poco ortodossa se facciamo riferimento alla cultura in cui siamo immersi: come ci rivela lo stesso dizionario, la parola “giuda” è sinonimo di “traditore”. In questo romanzo però i traditori non portano con sé una connotazione negativa, sono coloro che difendono i propri ideali fino alla morte quando il mondo scorre dal lato opposto; basti pensare, tra i tanti esempi, agli ufficiali che tradirono Hitler e furono giustiziati.
“Solo chi tradisce, chi esce fuori dalle convenzioni della comunità cui appartiene è capace di cambiare se stesso e il mondo” dichiara a La Repubblica Oz. Giuda è un romanzo che fa riflettere, sulla religione, sulla guerra e sulla soggettività delle parole che usiamo per chiamare ciò che ci circonda, soprattutto se pensiamo a un conflitto come quello tra arabi e israeliani nel quale traditori e traditi si confondono indissolubilmente, in cui giusto e sbagliato diventano due concetti relativi e cessano di significare in senso assoluto. E così, il tradimento di Abrabanel verso il sionismo e quello di Giuda agli ebrei assumono tutta un’altra forma, la dimostrazione di una fede talmente ampia e potente da valicare il presente per spostare lo sguardo più in là, in un secolo futuro in cui il loro sacrificio potrà finalmente essere compreso.

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