mercoledì 31 dicembre 2014

Fëdor Dostoevskij, Le Notti Bianche

Mio Dio! Un intero minuto di beatitudine! È forse poco, sia pure in una intera vita umana?
Fëdor Dostoevskij

Le notti bianche sono quel fenomeno tipico di gran parte delle capitali scandinave e russe per cui da maggio a luglio il sole non tramonta, o almeno, non tramonta completamente: rimane nel cielo un barlume di luce, e i raggi danno l’impressione che la notte non voglia giungere.
Il sognatore, il protagonista, si aggira per Pietroburgo durante queste notti straordinarie, osserva e conosce alla perfezione orari, abitudini, gioie e dolori di chi gli passa accanto, di chi inavvertitamente lo sfiora attraversando i grandi viali pietroburghesi. Egli percepisce ogni emozione e sentimento di quegli attori che attraversano il suo mondo, e ciò che non conosce, immagina.
Ma queste stesse persone, questi attori, non sanno nulla di lui e della sua esistenza, tanto il sognatore è sì presente fisicamente, ma vive la propria vita ricreando realtà che esistono solo nella sua mente. Una sera tutto cambia, e durante uno dei soliti tragitti lungo la Prospettiva Nevskij assiste alle molestie di un ubriaco nei confronti di una donna in lacrime. Qui, per la prima volta, decide di interagire con la realtà, allontanando bruscamente l’uomo; e, sempre per la prima volta, una donna, Nasten'ka, decide di aprirsi completamente a lui. Per quattro notti, che paiono dilatarsi nello spazio e nel tempo, i due si incontrano e parlano di se stessi e delle proprie vite, dei propri rimpianti, dei propri desideri. Ma il mattino del quinto giorno Nasten'ka invierà una lettera che spezzerà l’incanto di quelle magiche notti pietroburghesi, lasciando il protagonista in un mondo ormai sbiadito e offuscato dalla sua mancanza, nella speranza che un solo minuto con lei basti per poter affermare di aver vissuto con intensità..

Un famoso saggio di René Girard, Dostoevskij, dal doppio all’unità, racconta di come lo scrittore fosse completamente paralizzato dalla vista delle donne, tanto da svenire un giorno in cui gli venne presentata una bellezza pietroburghese. Sappiamo ben poco sulla sua vita sentimentale, ma quel poco che sappiamo traspare con forza dai suoi romanzi: sono moltissime le analogie tra i personaggi de Le notti bianche e la sua esperienza a Semipalatinsk, dove si innamorò perdutamente della moglie del suo amico, il quale morì poco dopo. Dostoevskij chiede a Marija Dimitrevna di sposarlo, lei accetta. Ma, come la protagonista de Le notti bianche, gli confessa di amare un altro; e proprio come il sognatore, Dostoevskij aiuta in tutto e per tutto il rivale, lo raccomanda per assicurargli un aumento di salario, finiscono per incontrarsi, stringono un’amicizia fraterna: “Non bisogna, le scrive “dare l’impressione che si lavori per se stessi”. E devastato dal dolore, si ubriaca delle belle parole, della propria vittoria sull’”egoismo delle passioni”.

“Mi vidi come sono adesso, esattamente quindici anni dopo, invecchiato nella medesima stanza, sempre nella medesima solitudine”. Per dare un senso a questa vita desolata e alienata dal mondo il protagonista ci chiede, quasi fosse una conferma: è forse poco un minuto di beatitudine, sia pure in una intera vita umana? Risponderà lo stesso Dostoevskij successivamente con un altro suo grande personaggio: l’uomo del sottosuolo. Un’evoluzione del sognatore, che vede marcire dentro se stessi i suoi sogni e le sue speranze, i suoi desideri, trasformandosi in un mostro, una creatura malsana e maligna, che ci assicura che no, un misero minuto di felicità nell’arco di un’esistenza non basta.

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