mercoledì 3 dicembre 2014

Franz Kafka, Lettera al Padre

Tu, l’uomo per me così autorevole, non Ti attenevi ai precetti che mi imponevi. Perciò il mondo era diviso per me in tre parti: nell’una vivevo schiavo, sottoposto a leggi inventate solo per me e alle quali io, non so per quali ragioni, non sapevo pienamente assoggettarmi; nella seconda, infinitamente lontano dalla mia, vivevi Tu, partecipe al governo, occupato a dare ordini e irritarTi quando non erano obbediti; e infine c’era un terzo mondo dove la gente viveva felice e libera da comandi e obbedienze. Io vivevo sempre nella vergogna, sia che eseguissi i Tuoi ordini, e ciò era un’onta perché valevano per me solo, sia che mi ribellassi, perché come osavo oppormi a Te? sia che non mi fosse possibile obbedirTi perché non avevo, mettiamo, né la Tua abilità, né la Tua forza né il Tuo appetito né la Tua abilità, benché tu le pretendessi come qualcosa di ovvio. Questo, naturalmente, era la vergogna più grande.

Franz Kafka

Spesso, mentre leggiamo, dimentichiamo che dietro ai grandi scrittori ci sono state persone come noi. Persone che, anche se è difficile a credersi, avevano una vita al di là dei fiumi d’inchiostro che gettavano sulla pagina, e oltre alle grandi narrazioni che abbiamo tra le mani ancora oggi vivevano fallimenti e successi, momenti di smarrimento, mancanza di autostima, profonda inadeguatezza.
Per questo ogni tanto mi concedo una pausa dalle loro storie per addentrarmi nell’intimità di queste personalità per capire chi erano, perché scrivevano ma soprattutto da dove scaturivano i protagonisti e gli ambienti che mi trovo sotto gli occhi ogni giorno. Franz Kafka è uno di quegli autori che esplode dalla pagina, percepiamo immediatamente che dietro ogni personaggio possiamo trovare qualcosa di più profondo, un significato nascosto che non può che riferirsi a un’esperienza vissuta da lui stesso. In tanti ci siamo chiesti da dove scaturisca l’insetto Gregor Samsa, il protagonista della Metamorfosi. Non è un caso che il protagonista sia un impiegato, non è un caso che la metamorfosi comporti proprio la trasformazione in un insetto, né che sia la sorellina piccola a dargli da mangiare, che il padre sia il primo a rinnegarlo e la madre nasconda i suoi sentimenti per non contrariare il marito. Nulla è un caso.
Leggendo la Lettera al Padre ogni significato nascosto ci viene svelato, come scostassimo un velo da un oggetto di cui intuiamo la forma, ma ancora non riusciamo a percepire in tutta la sua nitidezza. In questa lunga epistola Kafka mette a nudo se stesso, privandosi per un momento di quella immaginaria lastra di vetro da cui sembrava perennemente avvolto, come leggiamo da parecchie sue descrizioni lasciateci da conoscenti e amici.
Con la sua scrittura cristallina e una pacatezza esemplare, un perfetto connubio di reverenza e totale disaccordo con la figura paterna nella sua interezza, Kafka mostra un profondo coraggio davanti al padre, verso il quale provava un timore e una soggezione senza eguali. O meglio, sarebbe stata un atto di coraggio se la lettera fosse stata consegnata. Ma questa non passò mai sotto lo sguardo severo del destinatario.
Hermann Kafka era un commerciante, un uomo pratico, energico, duro e iracondo, niente di più differente dal giovane Franz. La sua vita era il lavoro in un negozio di chincaglierie, il commercio, le merci, i soldi, e il suo ideale consisteva nel forgiare una prole di uomini come lui, rudi e forti, della quale costituiva lui stesso il metro di paragone. Però, sorprendentemente, il primogenito maschio della famiglia Kafka si dimostra inadatto a questo tipo di vita: troppo magro per spostare le merci, troppo sensibile per contrattare soldi, troppo incline alla conoscenza e alla cultura per lasciar appassire la sua vita nel negozio di famiglia. La sua natura, invece di essere assecondata e lasciata crescere, viene schiacciata, e Franz è spronato con la forza a seguire le orme del cugino soldato, a dedicarsi a occupazioni da uomo. La soggezione nei confronti del padre cresce con il passare degli anni, e sempre più si sente un insetto al suo cospetto, un insetto inutile da raddrizzare con la forza.
Cercando di rispondere a una domanda di spiegazioni del padre (Mio caro papà, non è molto che mi hai chiesto perché asserisco di aver paura di Te. Come al solito non ho saputo rispondere, un po’ per la paura che Tu m’incuti, un po’ perché, per motivare questa paura, occorrono troppi particolari che non saprei cucire in un discorso), la Lettera al Padre risulta una serie di rimproveri mossi alla figura paterna da un Kafka ormai maturo, prossimo alla morte.
Sono innumerevoli gli episodi citati a sostegno della sua causa: l’abitudine del padre di ignorare i romazi del figlio, consacrato successivamente nell’empireo degli autori più influenti del XX secolo, lasciandoli ricoprire di polvere sul comodino per finire altre occupazioni in negozio; il suo osteggiare ogni proposito di matrimonio, nella certezza che gli amori del primogenito avrebbero infangato irrimediabilmente il nome dei Kafka; ma anche passaggi legati all’infanzia, difficili da sopportare per un bambino per questo ancora più tristi e commoventi, da cui lo scrittore fu profondamente influenzato nella sua vita e nella produzione letteraria successiva.
E nonostante l’affinità di temperamento con la famiglia materna dei Löwy, sognatori, eruditi ed estremamente sensibili, la madre non prese mai apertamente le difese del figlio, aderente alla sua idea di famiglia patriarcale nella quale desiderava vivere, in armonia con il marito che amava. La paura e le ingiustizie subite erano attenuate dall’affetto della sorellina Ottla, con cui passava intere giornate intento nelle più disparate conversazioni. Ma la vera salvatrice è la scrittura, nelle quale si rifugiava durante la notte, una volta terminato il suo lavoro da impiegato alle assicurazioni Generali, un lavoro sfiancante, che detestava (sono alle assicurazioni Generali, nutro però la speranza di sedermi un giorno sulle sedie di paesi molto lontani, di guardare dalle finestre dell’ufficio su campi di canna da zucchero o cimiteri musulmani…). Ma più torna a casa esausto, massacrato dalle nove ore di ufficio, tanto più sente la voracità della vita, e come una bestia si avventa insaziabile sul pezzo di carta vergine, pronto ad accogliere i suoi pensieri.

La Lettera al Padre può essere considerato un testo di formazione: la lenta crescita di una personalità che nonostante sia più volte calpestata, annichilita e umiliata, trova comunque la forza di crescere lenta, ma tenace ed estremamente resistente ai colpi di una figura da sempre considerata guida e modello, ma talvolta anche ostacolo da superare per affermarsi nel mondo: il padre.

5 commenti:

  1. Pensiero profondo, delicato e che va oltre il semplice ordine delle parole scritte. Proprio come un libro di Kafka.

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  2. Bellissimo, lo devo ancora, assolutamente e dannatamente leggere!!!

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    1. Merita, te lo assicuro! Ti bastano un paio d'ore per leggerlo: un giorno di pioggia in cui non hai altri libri all'attivo sai cosa fare ;)

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  3. Hey Giulia!
    Hai fatto benissimo ad aprire il blog, e ottima la scelta dell'argomento letterario: inserisci lo spazio followers, però! ;)

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    1. Ciao, che piacere trovarti anche qui! Allora, dammi qualche giorno per capire come funziona... Ho paura di fare danni toccando qualcosa, considerando la mia poca propensione alla tecnologia! Grazie per la dritta comunque, ora vedo di ingegnarmi per trovare questo bottone ;)

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