mercoledì 24 dicembre 2014

Javier Marías, Un Cuore Così Bianco

Ciò che avviene è identico a ciò che non avviene, ciò che scartiamo o ignoriamo identico a ciò che accettiamo o afferriamo, ciò che sperimentiamo identico a ciò che non proviamo, tuttavia la vita passa e passiamo la vita a scegliere a rifiutare a selezionare, a tracciare una linea che separi quelle cose che sono identiche e faccia della nostra storia una storia unica da ricordare e da raccontare. Impieghiamo tutta la nostra intelligenza e i nostri sensi e le nostre ansie al fine di discernere ciò che sarà uniformato, o che lo è già, e per questo siamo pieni di rimpianti e di occasioni perdute, di conferme e riaffermazioni e di occasioni sfruttate, quando l’unica certezza è che nulla si afferma e tutto si perde. O forse non c’è mai stato niente. 
Javier Marías

“Le mie mani sono del tuo stesso colore, ma mi vergogno di avere un cuore così bianco”.
Questa è la frase pronunciata da Lady Macbeth, la perfida moglie di Macbeth dell’omonimo dramma Shakespeariano. Le streghe hanno predetto al marito che sarebbe diventato re, succedendo al sovrano in carica. Perché non anticipare i piani del destino e assassinarlo? Con le mani sporche del sangue del suo re, del suo amico, Macbeth si presenta alla moglie, “I have done the deed” dice , “Ho fatto il fatto”. I rimorsi lo lacerano, le mani tremano sotto il peso del sangue: ma la moglie è inflessibile, lei stessa avrebbe commesso il crimine, se non fosse che all’ultimo il viso del re Duncan avesse risvegliato in lei il ricordo di suo padre. Le sue mani sono rosse di sangue per aver sporcato la faccia delle guardie alla porta del re. Ma il vero assassino è Macbeth, lei non ha commesso un omicidio. E se ne vergogna.

Una tavola imbandita, lo spaccato di quotidianità di un pranzo di famiglia, come ce ne sono tante. Improvvisamente la giovane figlia del padrone di casa si alza dalla tavola, deve andare in bagno, dice. I commensali proseguono la conversazione, ridono, parlano. Uno sparo.
La tavolata si alza all'unisono, diretta verso il bagno, verso la donna, giovane sposa tornata dal viaggio di nozze che avevano appena visto andarsene. Ed effettivamente la trovano là, dove aveva detto sarebbe andata, con un seno squarciato e il sangue che sgorga a fiotti dal cuore. La sorella più piccola cerca come può di tamponare la ferita con il suo asciugamano azzurro, ma è troppo il sangue che fuoriesce dal petto lacerato della sorella. Uno dei presenti si guarda allo specchio e si sistema distrattamente un ciuffo di capelli scomposto, il padre nasconde per pudore il reggiseno della figlia, che si era levata prima di togliersi la vita. E intanto l’asciugamano non regge l’ondata di sangue, diventa rosso. 
Alla ragazzina non resta che rassegnarsi all’idea che la sorella non tornerà più.
Questa è la storia raccontata a Juan, figlio del marito della suicida, Ranz, e della bambina che portò il commovente asciugamano azzurro per fermare la morte di sua sorella. Juan è un interprete di successo, e l’ascolto è il suo lavoro e la sua vita, il ricevere informazioni e riportarle, comprenderle e interpretarle in ogni lingua a lui conosciuta. Nonostante questa sua predisposizione, mai aveva avuto il coraggio di chiedere al padre cosa fosse successo quel giorno, né aveva mai chiesto a Luisa, la moglie che aveva sposato quasi per gioco (un’esperienza che nella vita si deve provare), se l’avesse tradito durante i suoi lunghissimi soggiorni all’estero per lavoro, come sospetta. Non aveva mai chiesto perché non voleva sapere, non voleva sentire, perché ci sono segreti destinati a rimanere sepolti e non essere portati alla luce.
Sarà proprio Luisa a chiedere a Ranz il motivo del suicidio della sua prima moglie, una sera in cui Juan si trova sdraiato a letto, tornato inaspettatamente dal lavoro. E dalla sua camera sarà costretto ad ascoltare e ascoltare ancora le parole atroci del padre, segreti con cui nessun orecchio dovrebbe mai entrare in contatto, sentirlo narrare “il fatto” che portò Teresa a far esplodere quel cuore così bianco, che era stato macchiato da un crimine che non aveva voluto.

Ci sono frasi che restano nella memoria, e quando si leggono per caso, di sfuggita, toccano delle corde profonde dell’interiorità di un individuo. “Un cuore così bianco” è una di quelle. Macbeth è una tragedia cui sono particolarmente legata: quello che più mi ha affascinato della moglie non è tanto la cattiveria e lo
spietato arrivismo, quanto il tema dell’inconscio, e della coscienza che condanna quasi fosse una creatura estranea al corpo e alla razionalità della persona. Lady Macbeth afferma di vergognarsi di avere un cuore ancora puro (è il marito il vero artefice del delitto), ma nel sonno si fa strada la consapevolezza che gli schizzi del sangue di Duncan siano giunti fino a lei, a intaccare quel cuore che sostiene essere immacolato. E così trascorre le notti a sfregarsi le mani, con gesti nervosi, spasmodici, tentando di levare quelle macchie di sangue che non possono andarsene: fanno parte della sua anima. E continuerà ogni notte a cercare di scrollarsi di dosso questo omicidio, fino al gesto estremo, che la porterà a togliersi la vita.
Questo è quello che succede anche a Teresa, la giovane sposa. La confessione del marito è un delitto immenso, troppo difficile da sostenere. Teresa non ne ha preso parte, ma in cuor suo sente che il male di questa azione ha contaminato anche lei e la sua coscienza.
Ma come può il marito riuscire a sopportare i tormenti della mente? “I dormienti, e i morti, non sono che figure dipinte” dice Lady Macbeth al marito, divorato dal dubbio e dal rimorso. E questo lo sa bene Ranz, che lavora come critico d’arte. I morti non sono che figure dipinte, e ciò che le può risvegliare è solo il riportarle alla memoria e condividere con altri i propri pensieri. Solo ciò che rimane un segreto continua a non esistere.
O, forse, non c’è mai stato niente.

2 commenti:

  1. Quando devo decidere se seguire un blog o meno, leggo le prime tre recensioni. Spio i libri letti dal/dalla blogger per cercare di capire se abbiamo gusti affini. Da te me ne sono bastate due per convincermi.
    A presto.

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    1. Pensa, a me ne è bastata una sola: dopo aver letto la tua recensione di Revolutionary Road ho pensato "Dannazione, ma perché non l'ho scritta così?". Lì ho capito che avrei voluto leggerti sempre.

      Ti ringrazio Maria, di cuore.
      A presto.

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