mercoledì 10 dicembre 2014

José Saramago, Cecità

“Non dimentichiamoci cosa è stata la nostra vita fintanto che siamo stati internati, abbiamo sceso tutti i gradini dell’indegnità, tutti, fino all'abiezione, anche se in maniera diversa potrebbe succedere anche qui, ma là, almeno, avevamo la scusa dell’abiezione di quelli che stavano fuori, adesso no, adesso siamo tutti uguali davanti al male e al bene, per favore, non domandatemi cosa sia il bene e cosa sia il male, lo sapevamo ogniqualvolta abbiamo dovuto agire quando ancora la cecità era un’eccezione, giusto e sbagliato sono appena due modi diversi di intendere il nostro rapporto con gli altri, non quello che manteniamo con noi stessi, di quest’ultimo non c’è da fidarsi, perdonatemi la lezione moralistica, ma voi non sapete, non potete saperlo, cosa significhi avere gli occhi in un mondo di ciechi, non sono regina, no, sono soltanto colei che è nata per vedere l’orrore, voi lo sentite, io lo sento e lo vedo” 
José Saramago

Ho provato tante volte da bambina a chiudermi gli occhi con una benda e camminare per casa, per capire come ci si sentisse a essere ciechi. Probabilmente allora la riflessione si limitava all’angoscia di cadere e farmi male, al senso di spaesamento di essere convinti di avere la porta subito a destra, mentre ancora mancavano un paio di passi.
Se penso ora a cosa possa voler dire essere cieca, mi viene in mente solo la grandissima paura della solitudine: saremmo soli, per sempre, io e il buio.
Ecco, leggendo questo romanzo mi sono sentita proprio così, profondamente sola. Con la differenza che la cecità con cui abbiamo a che fare in questo romanzo è un po’ particolare, di un bianco denso  e accecante, che in una sorta di pena del contrappasso condanna l’uomo a volgere gli occhi sempre al suo interno, per non aver saputo mai guardare con sguardo sincero e solidale quelli degli altri.
Siamo in un tempo imprecisato, in un luogo imprecisato; nemmeno i personaggi vengono nominati. Del resto poco importa: Cecità vuole essere una riflessione sulla malvagità dell’uomo nei confronti del prossimo, l’assenza di una morale, l’istinto crudele di arricchirsi ai danni di colui che abbiamo di fronte. Non c’è persona che ne sia esente; l’uomo ha un’indole maligna, che esula dallo spazio e dal tempo: ce ne parlano Dante nella Divina Commedia, il pensiero di Hobbes racchiuso nella massima latina <Homo homini lupo>, possiamo leggerlo nel Signore delle Mosche di William Golding, e, abbandonando per un momento la letteratura, pensiamo alla schiavitù o alle armi di distruzione di massa create nel XX secolo. Tutte queste manifestazioni di violenza hanno un denominatore comune: l’istinto autodistruttivo dell’uomo, che sbrana i suoi simili per arrivare a soggiogarli.
Ma partiamo dall’inizio: siamo su una strada trafficata, una fila di macchine aspetta lo scattare del verde. Il verde arriva, ma l’uomo all’interno della prima auto non accenna a muoversi. “Sono cieco” urla, il volto straziato dal panico, le guance rigate dalle lacrime. “Sono cieco” continua a gridare, ma nessuno lo sente, il suono dei clacson e le urla degli altri automobilisti soffocano la sua voce. A poco a poco si forma intorno a lui una piccola folla, e un passante decide di soccorrerlo. Il suo primo pensiero è di solidarietà, ma non fidiamoci della prima impressione: la carità è il motore che muove all’azione, ma come ricompensa il benefattore deciderà di tenersi la macchina del malcapitato.
Da qui ha inizio la parabola discendente nel mondo dell’abiezione. Quella che è considerata un’epidemia si spande velocemente, e per evitare il panico il capo del governo decide di internare i “malati” in un vecchio manicomio dismesso. Qui assistiamo, in un crescendo di disperazione, alla degenerazione umana allo stato puro, al ritorno ad uno stato di natura infinitamente lontano da quello rousseauiano, il desiderio di mangiare, bere e procreare tinto dalle più cupe perversioni: le donne vengono stuprate, il denaro rubato, i dissidenti uccisi; tutto questo in nome di un tozzo di pane, di un potere esercitato dai miseri sui miseri.
Nel caos generale, la speranza di un piccolo gruppo di ciechi risiede in una donna cui il caso non ha tolto la vista, non una Beatrice dantesca, guida incorrotta e pura, ma una donna come le altre, che uccide e non si fa scrupoli a nascondere il cibo dalla bocche estranee al suo piccolo gruppo, e nel suo stesso gruppo evita di confessare la sua immunità all’epidemia per non diventare serva. Con mano a volte incerta e stanca la donna li guida attraverso l’abbagliante bianco della loro cecità all’esterno del manicomio, verso la salvezza. Ma qui li aspetterà qualcosa di ancora peggiore, peggiore persino della vita da internati: un’intera Umanità cieca, affamata, bestiale. Ma una sera, durante la lettura di un libro, accadrà qualcosa di sorprendente, un barlume positivo  in un mondo di morte e distruzione, uno spiraglio di luce che però non ha la forza di cancellare i fiumi di odio e sangue versati.

Vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1998, Saramago ci regala una riflessione sull’umanità di una lucidità spietata, incredibilmente reale e attuale. Assistiamo come davanti ad un unico e ininterrotto flusso di coscienza alla catastrofe della guerra fratricida degli uomini contro se stessi, nella più totale assenza di morale e amore dell’uomo per l’uomo.
E alla fine ci chiediamo: cosa significa essere Umani? L’uomo, nel suo stato primitivo, non è altro che il più crudele e depravato degli animali, e la parola perde qualunque sua accezione alla sensibilità, alla fratellanza, al rispetto reciproco. È paradossale, ma Saramago vuole forse dirci che l’uomo quando mostra il suo vero io diventa dis-umano? Leggendo queste pagine non ci rimane che un unico, martellante pensiero, impietoso e difficile da sopportare: noi tutti siamo già ciechi.

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