mercoledì 7 gennaio 2015

George Orwell, La Fattoria degli Animali

"Tutto ciò che cammina su due gambe è nemico. Tutto ciò che cammina su quattro gambe o ha le ali è amico. E ricordate pure che nel combattere l’uomo non dobbiamo venirgli ad assomigliare. Anche quando l’avrete distrutto, non adottate i suoi vizi. Nessun animale vada mai a vivere in una casa, o dorma in un letto, o vesta panni, o beva alcoolici, o fumi tabacco, o maneggi denaro, o faccia commercio. Tutte le abitudini dell’uomo sono malvagie. E soprattutto, nessun animale diventi tiranno dei suoi simili. Deboli o forti, intelligenti o sciocchi, siamo tutti fratelli. Mai un animale uccida un altro animale. Tutti gli animali sono uguali." 
George Orwell

Ricordo la prima volta che ho preso tra le mani La fattoria degli animali. Frequentavo le scuole medie, e la maestra ce lo aveva consigliato. Guardavo dubbiosa la copertina dove c’erano degli animali sorridenti che sbucavano dalle lettere. Possibile che mi si chiedesse di leggere, quando ormai mi sentivo grande ed ero venuta a conoscenza di romanzi ben più impegnativi, quella che mi sembrava una stupida storia sugli animali? Mi chiedevo perché mai i miei genitori non me l’avessero letta da piccola, in modo da togliermi il disturbo quando era il momento.
Ovviamente ogni dubbio si è dissolto quando ho cominciato il saggio iniziale, La libertà di stampa, scritto da Orwell stesso. Si parlava di comunismo, di socialismo, della Russia di Stalin, della libertà intellettuale: cose che allora non capivo, e ancora adesso faccio fatica a comprendere. Ma c’era una frase che mi aveva particolarmente colpito, dove Orwell spiegava lo scopo del suo lavoro di giornalista e di scrittore: “Se libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire”.
Del resto, la maestra non ci aveva poi tanto sottovalutati.

Siamo in una fattoria.
Ma stringiamo il campo.
Siamo in una fattoria, in Inghilterra. Per la precisione La Fattoria Padronale del signor Jones.
Gli animali vivono come in qualunque altra fattoria, frustati, sfruttati, umiliati. Spendono la loro intera esistenza per il sostentamento dell’uomo: le mucche producono latte che non andrà mai ai loro vitelli, le galline depongono uova che mai daranno alla luce i pulcini, gli asini e i cavalli si spaccano le ossa nei campi, e una volta inadatti al lavoro, la ricompensa che generosamente concede il signor Jones è il macello.
Se non fosse che un giorno il Vecchio Maggiore, il maiale più anziano e saggio della fattoria, fa un sogno: un sogno di ineguagliabile speranza e bellezza, un mondo nuovo, una fattoria dove non esistono uomini, e gli animali convivono in pace e armonia, “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.
Il Vecchio Maggiore muore, e improvvisamente, senza aver programmato né stabilito un piano, tutti gli animali si ritrovano a dar vita a una rivoluzione capeggiata dai due maiali più intelligenti e coraggiosi del gruppo, Palla di Neve e Napoleon. Gli uomini vengono cacciati, e quella che un tempo era la Fattoria Padronale diventa la Fattoria degli Animali, con propri comandamenti e proprie leggi che per la maggior parte mirano a evitare qualunque tipo di atteggiamento che anche solo vagamente somigli a quello umano.
In un primo momento gli animali vivono in autonomia, in perfetto equilibrio fra loro. Ma ben presto la situazione degenera: Napoleon prende il totale controllo. Il latte comincia a sparire, le razioni si fanno sempre più abbondanti per i maiali e gli animali più semplici sono ridotti alla fame. Ma si consolano: la situazione è comunque migliore di quando ancora la fattoria era governata dal signor Jones.
Ancora carichi d’euforia per la consapevolezza di essere liberi, e entusiasmati dai dati forniti dal maiale Clarinetto sul netto miglioramento della produzione e sull’aumento delle razioni giornaliere garantiti da Napoleon, gli animali lavorano con incredibile zelo alla costruzione di un mulino a vento, in testa a tutti il cavallo Gondrano. Ma cominciano a presagire che qualcosa di terribile sta accadendo il giorno in cui proprio Gondrano, ferito alla gamba, viene portato via da un camioncino recante l’insegna “macello e
fabbrica di colla”. Ma è uno sbaglio assicura Clarinetto: il veterinario della città non aveva avuto la possibilità di sostituire la targa.
Gli sbagli e i malintesi si accumulano, fino a una sera in cui nella casa coloniale i maiali invitano i proprietari delle due fattorie vicine: vengono ordinate innumerevoli casse di whiskey e tabacco, si gioca a carte fino a tarda notte, gli ubriachi ridono e si azzuffano per vincere la partita. E solo allora, con indicibile orrore, gli animali si rendono conto che non c’è più alcuna differenza tra l’uomo e i maiali.

George Orwell (il suo vero nome era in realtà Eric Arthur Blair) aspettò circa due anni perché un editore finalmente si prendesse la responsabilità di pubblicare la sua favoletta satirica. L’Inghilterra era nel 1943 filorussa, e non poteva certo far piacere che gli inglesi leggessero un pamphlet che si scagliasse così apertamente contro il comunismo, dove i burocrati russi e lo stesso Stalin erano rappresentati da maiali e il totalitarismo era così parodiato. Riuscì a pubblicare solo alla fine della guerra, nel 1945, e quello che leggiamo ancora oggi è, al di là del suo preponderante pensiero politico (“Ogni riga di serio lavoro da me stesa a partire dal 1936 è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e per il socialismo democratico”), un racconto di incredibile purezza, dove ogni parola è sulla pagina per uno scopo e nulla è in eccesso.
Non mi ero poi tanto sbagliata da piccola, pensando fosse una favola. Effettivamente La fattoria degli animali ricorda le storie di Esopo, dove i protagonisti sono sì animali, ma rimandano a eventi o personaggi della realtà. Con l'ampliarsi delle conoscenze quello che per un ragazzino è semplicemente un maiale, o un cavallo, acquista significati più sottili e profondi. E così risulta chiaro che il Vecchio Maggiore è simbolo di Marx, mentre Palla di Neve e Napoleon sono rispettivamente Trotzkij e Stalin. Che Clarinetto è la personificazione del giornale di stato russo Pravda (“Verità”, che di verità aveva poi ben poco) e che Gondrano, il vecchio cavallo dedito al lavoro, non è altro che una rappresentazione del minatore Stachanov. Ma l’allegoria si può estendere all’intera umanità e a tutte le epoche, mai come oggi incredibilmente attuale. Ogni animale rappresenta un carattere, e se stiamo attenti, possiamo scorgere gli animali della Fattoria anche intorno a noi: la sciocca ingenuità di Gondrano, sottomesso al sistema e fedele fino alla morte; la passività di Benjamin, l’asino che si ostina a non giudicare e non esporsi, nonostante la sua intelligenza; la stupidità delle pecore, che vagano per la fattoria ripetendo gli slogan che gli vengono di volta in volta insegnati; la cieca fede nell’aldilà, in un mondo che ripagherà tutti i torti subiti sulla terra con montagne di zucchero e canditi, propugnata dal corvo.
Risulta chiaro, tristemente, terribilmente chiaro, che un ideale di vita bucolico dove gli individui convivono in pace e non esiste sopraffazione, né guerra, né miseria, non può esistere. Nulla può saziare la sete di potere dell’uomo: anche in un mondo dove tutti si professano uguali, inevitabilmente, alcuni si rivelano più uguali degli altri.

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