martedì 27 gennaio 2015

Hannah Arendt, La Banalità del Male

Il male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è – la proprietà della tentazione. Molti tedeschi  e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero essere tentati di non uccidere, non rubare, non mandare a morire i loro vicini di casa (ché naturalmente, per quanto non sempre conoscessero gli orridi particolari, essi sapevano che gli ebrei erano trasportati verso la morte); e dovettero essere tentati di non trarre vantaggi da questi crimini e divenirne complici. Ma Dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni. 
Hannah Arendt

Descrivere il male della Shoah è come cercare di guardare il sole a occhio nudo, avevo sentito una volta in un’intervista a David Grossman; per quanto ci si sforzi di capire, di guardare, il dolore ci costringe a distogliere lo sguardo. Hannah Arendt con fredda precisione si affida alla ragione, nonostante le sue origini ebraiche mette da parte l’afflizione per il suo popolo: fissa il sole, non ne rimane accecata. E quello che vede è quanto di più doloroso si possa scoprire. Il male non è l’incarnazione del diavolo. Non è nemmeno crudeltà, o pura perversione. Il male alle origini dall’Olocausto è banale, in quanto banali erano gli artefici dell’orrore, grigi burocrati che sceglievano della vita e della morte di centinaia di migliaia di persone con un tratto di penna. Hannah Arendt cerca di capire i perché delle azioni dei nazisti, sottolineando che nel suo pensiero i concetti di “conoscenza” e “comprensione” sono quanto di più lontano possa esistere.

È il 1961, Hannah Arendt si fa accreditare dal New Yorker come corrispondente a Gerusalemme per un reportage sul processo a Adolf Eichmann, uno dei principali esecutori dello sterminio degli ebrei, coordinatore e responsabile del traffico ferroviario verso i campi di concentramento.
Osserva l’imputato con attenzione, analizza il modo di parlare, la postura: Adolf Eichmann ha la personalità di “un comune postino”, parla per frasi fatte, non capisce alcune domande che gli si rivolgono. Nella sua carriera di SS non aveva mai avuto la necessità di toccare un’arma, né di uccidere, né di usare la violenza: il suo lavoro si svolgeva al chiuso di un ufficio, dove le mansioni si limitavano a compilare moduli, scartoffie che facevano la differenza tra la vita e la morte.
La Arendt solleva interrogativi morali che all'indomani della guerra ancora bruciano, e riaprono ferite che il tempo aveva cominciato a rimarginare: come agiva la coscienza di questi uomini? Possibile che nessuno sapesse e avesse il coraggio di intervenire? Perché gli ebrei non si ribellavano? Quale fu il ruolo dei capi delle comunità ebraiche?
In un Paese in cui le istituzioni dicono che uccidere è giusto, dove il capo del governo sostiene che ci siano uomini “meno uomini” degli ariani che devono essere sterminati, dove la stessa polizia, nata per assicurare la pace, fomenta l’odio e l’intolleranza, pochi sono quelli che hanno il coraggio di affidarsi solo alla propria coscienza. Eichmann si limitava a adempiere agli ordini che gli venivano richiesti, senza fare domande. Del resto, dice lui stesso, chi era per ergersi a giudice davanti ai più qualificati esponenti dei servizi civili?
Il problema di Eichmann e di tutte le persone come lui che non intervennero, guardando alla morte come un’astrazione, un male necessario per un mondo migliore (perché così diceva la madrepatria tedesca, per la quale avrebbe ucciso il suo stesso padre pur di tener fede al giuramento di fedeltà al Fürer) era di aver rinunciato alla più grande caratteristica dell’uomo: la facoltà di pensare. Basti ricordare la definizione di Cartesio “cogito ergo sum” (penso dunque sono), che fonde in un tutt'uno essere umano e pensiero: l’uomo è tale in quanto dubita, in quanto pensa. Rifiutando di pensare Eichmann, come tutti i gerarchi nazisti e i civili che si attenevano agli ordini senza chiedersi “perché”, aveva perso la capacità di dare giudizi morali, quella morale che permette di trovare la forza di dire “Questo non posso farlo perché è sbagliato”, quando tutto ciò che si ha intorno dice il contrario. Così individui normali, mediocri, assolutamente banali, rifiutando di pensare (dunque di essere persone), avevano dato vita ad azioni di un orrore inimmaginabile. Perché un uomo che perde la peculiarità che lo rende umano diventa disumano, e chi è disumano non può che compiere azioni disumane. “Il più grande male del mondo è il male commesso da nessuno, da esseri umani che rifiutano di essere qualcuno”.

Il saggio della Arendt provocò uno scandalo all'indomani del processo. Il popolo ebraico non aveva la minima intenzione di capire le ragioni del male che distrusse sei milioni di ebrei: era il male allo stato puro, e questo bastava. Quello che ne scaturì fu un libro scomodo, che valse alla scrittrice la fama “difensore dei nazisti”. L’intento del processo di Gerusalemme era di soddisfare la sete di vendetta del popolo ebraico, ma la Arendt ne mette in evidenza tutte le pecche, dal rapimento dell’imputato in Argentina, alla negazione della difesa, alla scelta di giudici ebrei, fino all'impiccagione sommaria, avvenuta poche ore dopo la fine di un processo durato ben due anni.
Nel corso della Storia ci sono più possibilità che un avvenimento si riproduca due volte, piuttosto che fare la sua comparsa per la prima volta. E proprio perché l’equilibrio del mondo è così instabile, sarebbe stato ragionevole costruire un processo “ideale”, in modo da avere un precedente per quanto possibile inattaccabile che non si potesse poi ritorcere contro in un probabile futuro.
Compito degli intellettuali e filosofi è la responsabilità di capire, e noi stessi abbiamo il dovere di conoscere cosa successe durante quel crollo di coscienza collettiva che segnò l’avanzata di Hitler in Europa, per evitare che accada di nuovo. Abbiamo il dovere di pensare. Hannah Arendt ci insegna, la Storia stessa ci insegna, che il pensiero è l’unica arma che abbiamo per salvarci dalla catastrofe, per avere sempre l’intima consapevolezza di cosa è giusto e cosa è sbagliato, di cosa è bello e cosa è brutto.
Di cosa è bene, e di cosa è male.

Nessun commento:

Posta un commento