mercoledì 21 gennaio 2015

Oriana Fallaci, La Rabbia e l'Orgoglio

Erano le 9 e zero tre minuti, ora. E non chiedermi che cosa ho provato in quel momento e dopo. Non lo so, non lo ricordo. Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo neppure se certe cose le ho viste sulla prima Torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi o centesimi piani, ad esempio. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute. A dozzine. Sì, a dozzine. E venivano giù così lentamente. Così lentamente… Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell’aria. Sì, sembravano nuotare nell’aria. E non arrivavano mai. 
Oriana Fallaci

È una mattina di settembre, circa le nove del mattino. Oriana Fallaci sta lavorando ad un romanzo nel suo appartamento al trentottesimo piano di un grattacielo di Manhattan, non è sua abitudine accendere il televisore - non lo fa quasi mai. Ma un presentimento la spinge a farlo.
È la mattina dell’undici settembre 2001, e quello che vede è destinato a rimanere nella storia come uno dei più tragici atti terroristici della nostra epoca: due aerei si conficcano nel corpo delle due torri del World Trade Center di New York “come in un panetto di burro”. Oriana ne ha viste di guerre, ma mai aveva assistito ad una guerra dove le persone non muoiono ammazzate, ma ammazzandosi, lanciandosi nel vuoto. Segue le interviste, “Ben gli sta agli americani” sostengono alcuni intellettuali e politici italiani, “Vittoria!” esultano i palestinesi di Gaza.
Un grido di rabbia le sale dal petto, un’odio che sente il bisogno di esprimere, e fa come meglio le riesce: scrivendo. Il suo silenzio era durato dieci anni, durante i quali si era ritirata in esilio a New York, indignata nei confronti di un’Italia che non la rappresentava, che l’aveva umiliata e offesa. Ma non riesce a contenere l’ondata di parole che le sale alle mani, e quello che ne scaturisce è una lunga lettera indirizzata all'allora direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli dove si rivolge agli italiani, appellandosi alla cultura, alle tradizioni, all’amor proprio. Questo non è il primo atto di terrorismo nei confronti dell’Occidente, e non sarà di certo l’ultimo; la sconfitta dei talebani in Afghanistan non è bastata a fermarlo. Non è questione di se, ma di quando: quella che si sta scatenando è una vera e propria crociata al contrario, dove l’obiettivo non è convertire, ma sterminare gli impuri e piegare il continente all’Islam. “Svegliatevi – urla agli italiani “dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo rispondere al loro attacco”.
E senza freni attacca anche quell’Italia dalla quale si sente così lontana, quella dei politici corrotti, dei voltagabbana, l’Italia dei comunisti e dei fascisti, quella di Berlusconi e dei giovani laureati che non sanno chi sia Silvio Pellico, ma sanno drogarsi in discoteca. L’Italia “povera nell’onore, nell’orgoglio, nella coscienza”.
E si sente come una nuova Salvemini, che nel 1933 all’Irving Plaza urlò disperato a una folla che non capiva, non voleva capire cosa volesse dire quando sosteneva che Hitler e Mussolini avrebbero colpito anche l’America, e forte della rabbia e dell’orgoglio si lascia andare al suo sfogo lucido, consapevole che le parole, a volte, sono più potenti delle bombe.

Capita raramente, soprattutto leggendo un saggio o un articolo di giornale, di avere la sensazione di trovarsi davanti l’autore e sentirlo parlare.
Ma con Oriana Fallaci è diverso. Non solo sembra di averla di fronte, ma le sue parole hanno una forza tale da portarci a condividere la sua stessa rabbia, indignazione o speranza. Ci sembra di essere con lei quando si trova trivellata di colpi durante una manifestazione universitaria in Messico, abbiamo il suo stesso terrore nell'obitorio dove viene trasportata, creduta morta; o quando davanti all’Imam Khomeini che le dice di essere indegna di portare il chador (il chador è “per le donne giovani e perbene”), semplicemente lo toglie e lo getta a terra, sentiamo dentro il suo stesso coraggio, noi siamo lei, siamo la mano che si leva il velo.
Ma proprio queste pagine così vive, dalle quali ci si stacca con fatica, nascondono un’insidia, un terreno scivoloso di collera e odio nel quale si rimane invischiati. Perché quello che la Fallaci si sente legittimata dall'esperienza a gridarci come fosse inoppugnabile, come non ci fosse alternativa oltre a quello di cui scrive, è la sua verità. Nient’altro. Non esiste una verità universale, e nessuno deve arrogarsi il diritto di possederla.
Tiziano Terzani, corrispondente di guerra come Oriana, e come Oriana fiorentino, inquietato da questa lettera così aspra e dura aveva scorto il pericolo che si nascondeva dietro le sue parole. Perché è giusto esprimere il proprio pensiero, soprattutto se si è una giornalista e scrittrice del calibro di Oriana Fallaci, ma è pericoloso che “questa brillante lezione di intolleranza” giunga anche nelle scuole, intimando ai giovani di rispondere alla violenza con la violenza: proprio perché le parole sono più potenti delle bombe, bisogna fare attenzione a chi le riceve fra le mani.
Poche settimane dopo, nell'ottobre del 2011, risponde alla Fallaci usando i suoi stessi canali, con un lungo articolo sul Corriere della Sera dal titolo Il Sultano e San Francesco – Non possiamo rinunciare alla speranza, dove si rivolge a quella donna nelle cui parole “sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione”.
La rabbia e l’orgoglio è un romanzo che, proprio perché portatore di una concezione così netta e inflessibile della vita, della religione, delle tradizioni, dell’Uomo, stimola inevitabilmente la riflessione. Ma per non essere trascinati dalla verità di Oriana, abbiamo bisogno di un contrappeso. Credo che proprio così dovrebbe essere letto questo piccolo romanzo, per provare a cercare una nostra verità: con accanto l’articolo di Terzani, che con la sua profonda pace ci rassicura che non è così, la guerra, l’intolleranza, l’odio non sono l’unica soluzione. Non devono esserlo.

“Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione, Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo di avere davanti prima dell’undici settembre e soprattutto non arrendiamoci all'inevitabilità di nulla, tanto meno all'inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta.
Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancora più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con ancora più temibile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove - , alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’altra nostra e così via. […]
Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. [...]
La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto andarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro una scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero, sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto Oriana, e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte”.
Tiziano Terzani, Il Sultano e San Francesco - 
Non possiamo rinunciare alla speranza

3 commenti:

  1. Erano ben riposte le attese!...
    Complimenti, un articolo pieno di stimoli e pensieri.
    Certo essere d'accordo su tutto, davanti ad un argomento così vasto e complesso è praticamente impossibile.
    Personalmente all'epoca mi sentii fortemente in contrasto con la Fallaci, ma poi con il tempo ne ho comprese quanto meno le ragioni, anche se non proprio le conclusioni.
    Di sicuro che l'Italia debba uscire dal torpore questo è vero (e questo non significa andare in guerra, ma almeno cominciare a ripensare che la cultura è un valore, e che fare il tronista non sia proprio il massimo della vita).
    Unico appunto è che non avrei mai contrastato la Fallaci con Terzani, gli avrei più opposto due persone a lei carissime (Panagulis, il marito e Pasolini l'amico)... due intellettuali che il mondo da lei difeso ci ha tolto in vario modo.
    Ecco tra loro sarebbe stato un gran dibattito, ma qualcuno tanti anni fa ci ha tolto questa possibilità.
    Grazie comunque per questo articolo, pieno di spunti così interessanti, e soprattutto per non perdere la memoria di quello che fu e sempre è.
    Francesco

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    1. Buonasera Francesco!
      Vorrei ringraziarti io per il tuo intervento, davvero. Quando scrivo ho sempre il desiderio che qualcuno mi dica "potresti approfondire con questo, avresti potuto leggere anche questo", è proprio così che mi sento stimolata a continuare a scoprire e documentarmi, e a pensare che non è mai finito lo sforzo che si può fare per comprendere quello che accade. Ero molto piccola quando ci fu il crollo delle Torri Gemelle, e non ho vissuto il dibattito all'epoca. Leggo però quotidianamente il Corriere della Sera, che i giorni successivi alla strage di Charlie Hebdo ha pubblicato delle interviste della Fallaci e di Terzani, e, forse un po' ingenuamente, ho pensato fossero loro gli unici poli intorno a cui si era concentrata la "disputa" sulla questione islamica. Leggerò senz'altro sia Panagulis che Pasolini, ho bisogno di nuovo materiale su cui riflettere: anche il mio pensiero è in movimento e voglio continuare ad alimentarlo.
      Grazie ancora per aver trovato cinque minuti per leggermi, e grazie per i tuoi consigli, li ho trovati preziosi.
      Giulia

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  2. Ciao Giulia,
    sono gli anni in più ad avermi indirizzato verso Panagulis e Pasolini, perchè erano intellettuali di sinistra, legati alla Fallaci, anche se morti molto prima delle torri gemelle. Furono "tirati in ballo" in quanto si è sempre detto che la Fallaci, con "La rabbia e l'orgoglio" avesse tradito l'idea dei suoi amici. Io non ne sono sicuro, di certo abbiamo perso intellettuali di spessore che mancano nel contesto attuale.
    Grazie Giulia della risposta e del lavoro che fai, è importante che in questo paese il dibattito e la cultura siano tenuti sempre vivi, soprattutto dai più giovani.
    Un caro saluto.
    Francesco

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