mercoledì 14 gennaio 2015

Richard Yates, Revolutionary Road

E di tutte le sconfitte che aveva subito in vita sua, questa fu quella che gli sembrò più simile a una vittoria. Mai prima d’allora l’esultanza gli si era gonfiata dentro con maggior impeto; mai prima d’allora la bellezza era sgorgata più pura dalla verità; mai prima d’allora, prendendo sua moglie, aveva più completamente trionfato sul tempo e sullo spazio. A suo piacimento poteva dissolvere il passato, e così il futuro, così le pareti di questa casa e l’intero squallore imprigionato al di là di essa, città e alberi. Aveva assunto il dominio dell’universo, perché era un uomo, e perché la meravigliosa creatura che si apriva e muoveva per lui, tenera e forte, era una donna. 
Richard Yates

È il 1955. April e Frank Wheeler sono una giovane coppia della New York del pieno boom economico, vivono in una grande villa bianca al limitare del complesso residenziale di Revolutionary Hill, dove le case color pastello si susseguono uguali, come uguali anche i giardini curati. Dove anche i vicini quasi non si distinguono fra loro, se non fosse per quelle etichette con le quali si chiamano (i Donaldson, i Givings, i Campbell…).
Ma i Wheeler non sono come gli altri. Nonostante si comportino esattamente come i Donaldson e i Givings e i Cambell, nonostante April sia casalinga e Frank un modesto impiegato in una ditta di macchine calcolatrici, nonostante abitino in un quartiere senza identità e passino le loro serate a parlare di pettegolezzi con i vicini, i Wheeler sono speciali.
Traboccavano di sogni la sera in cui si erano conosciuti ad una festa, sogni che con il tempo avevano seppellito sotto l’abitudine, le due gravidanze di April, la necessità di sistemarsi e costruirsi un’esistenza accettabile per la società. Sogni che erano finiti dimenticati sotto un’idea di benessere che in fondo nascondeva una latente, profonda infelicità.
Ma un giorno April, la bella, problematica April, si accorge di non poter più sopportare un’esistenza simile. Una sera la investe con forza la consapevolezza di non essere poi tanto diversa dai vicini che disprezza, con cui passa superficiali pomeriggi a parlare del nulla ma da cui in fondo si sente così distante, così superiore insieme al marito, destinati ad una vita lontana dal nauseante complesso di Revolutionary Road. Ed è tanto il disgusto verso se stessa e verso ciò che è diventata da decidere di realizzare il più grande desiderio del marito: trasferirsi a Parigi, lasciando a Frank quello che anni prima gli aveva sottratto, risentita per averle impedito di abortire la figlia: del tempo, una quantità di tempo indeterminata per trovare la sua vocazione, un lavoro che gli permettesse di esprimere quel potenziale che April aveva scorto la sera in cui tra un drink e l’altro si erano conosciuti.
April e Frank progettano nei minimi dettagli il loro viaggio, come due adolescenti si tengono per mano per notti intere, bisbigliandosi nell’orecchio le loro fantasie. E poco importa che la signora Givings parli del progetto come di una “disgustosa faccenda”, e i Campbell confabulino tra loro sulla pazzia del viaggio. Per la prima volta in vita loro i Wheeler hanno la possibilità di esprimere quello che in fondo avevano sempre saputo, ma mai avevano avuto il coraggio di dimostrare a loro stessi: essere migliori di ciò che li circonda.
Ma qualcosa di imprevedibile sconvolge i loro piani. April è incinta, e l’idillio che aveva caratterizzato quei giorni alla vigilia della partenza sfuma improvvisamente, si svuota, accasciandosi come un palloncino sgonfio. Frank è stato promosso alla ditta ed è entusiasta del nuovo lavoro, è entusista anche del bambino che sta per avere, e dopotutto avevano ragione i Campbell e i Givings, l’idea di partire per la Francia era un’assurdità. April al contrario cade nella più cupa disperazione, e non riuscirà a comprendere sé stessa e i suoi problemi finché non avrà conosciuto l’unica persona a Revolutionary Road estranea a quel Vuoto Disperato che circonda le belle casette color pastello, allo squallore di quella piccola borghesia falsa e superficiale nella quale sono invischiati. Non riuscirà a capire cosa finalmente vuole fare della sua vita e dei suoi sentimenti fino a che non avrà conosciuto Jhon Givings, lo squilibrato figlio della famiglia Givings internato in un manicomio e curato a forza di elettroshock, che le aprirà gli occhi sulla sua condizione, portandola a mettere in discussione tutte le scelte fatte fino a quel momento.

Revolutionary Road è sostanzialmente diviso in tre parti. La prima parte mi piace chiamarla “non-vita”, e se dovessi disegnarla, sarebbe una linea retta, sicura, ma tremendamente monotona e banale nella sua immobilità. In un punto della narrazione, precisamente quando April decide di partire per Parigi, qualcosa si rompe in quell’idillio borghese nel quale si trovano sommersi, e qui comincia la seconda parte, che chiamerei “il sogno”. La linea che avevamo lasciato prima timidamente si blocca e decide di cambiare il suo percorso, innalzandosi verso l’alto, dove raggiunge il suo apice. Ma il sogno dura poco, perché ben presto devono fare i conti con la realtà, un lavoro stabile, il vicinato che li schernisce, la gravidanza di April. E qui comincia la terza parte, la più intensa di tutto il romanzo, “la caduta”. Ormai qualcosa si è incrinato nella vita dei Wheeler, e non si può certo pretendere di tornare indietro alla condizione di seppur precario equilibrio che avevano inizialmente. Improvviso come era iniziato, il cambiamento di rotta riprende verso il basso, verso un abisso senza fondo.
Ma di chi è la colpa della catastrofe? La tragicità del romanzo è proprio che nessuno e tutti nello stesso tempo sono colpevoli della disgrazia che colpirà April, e di rimbalzo attaccherà anche Frank, costringendolo ad una sorte forse anche peggiore.
Durante tutto il libro mi sono alleata a turno prima con uno e poi con l’altro dei protagonisti, certa che la responsabilità fosse di Frank che non dimostrava abbastanza entusiasmo alla proposta di April di lasciare Revolutionary Road, ma anche April era di sicuro colpevole nella sua esasperante rigidità, incapace di riferire i motivi del suo disagio. Ma il malessere della coppia ha origini ben più profonde, e risale a un’infanzia infelice per entrambi.
Alla fine ci si rende conto che i due coniugi Wheeler non sono altro che vittime di una società soffocante e superficiale che rinnegano, ma che per quanto si sforzino non riescono ad abbandonare: purtroppo non sanno che in questo mondo chi si discosta dai canoni considerati “normali” e “accettati”, il diverso, l’estraneo è destinato ad essere annientato. E così accade a Jhon Givings, brillante matematico internato in un manicomio per aver fatto il gesto di colpire la madre, esasperato dalle sue sterili conversazioni, e a April Wheeler, che si rende conto di non aver mai veramente preso la decisione che riteneva giusta per se stessa, e quando finalmente lo farà, sarà troppo tardi.
Yates ci lascia con un’immagine tragica e ironica al contempo, di un signor Givings che spegne l’apparecchio acustico per evitare di sentire la moglie parlare di quanto fossero strani e irresponsabili ed eccentrici i Wheeler, di quanto fossero stati maleducati a lasciar marcire in cantina la pianta che lei gli aveva regalato, di quanto non si spiegasse… Ma qui piomba il silenzio.
L’unica soluzione possibile è quella di non vedere e non sentire la desolazione dalla quale si è circondati: è questo il segreto per sopravvivere.

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