mercoledì 11 febbraio 2015

J. D. Salinger, Il Giovane Holden

Mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltare fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei far altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia. 
J. D. Salinger

Holden Caufield ha tutti gli ingredienti per essere un ragazzino abbastanza comune: non gli piacciono la scuola e i suoi compagni, non gli piacciono i professori, né gli esami. Ma c’è qualcosa che lo differenzia dagli altri: la sua percezione delle cose, così nettamente divisa tra bianco e nero, verità e ipocrisia. Tutto ciò che vede è irrimediabilmente sbagliato, sbagliato per il suo essere così puro e genuino e profondamente ribelle; perché il mondo è falso e superficiale e di quel mondo sente di non far veramente parte. Si trova a Pencey quando comincia in prima persona la narrazione, l’ennesima scuola dalla quale è stato espulso, e proprio da qui intraprende il suo viaggio nella caotica New York degli anni ’50, con un “Dormite sodo, stronzi” e la porta sbattuta del collegio. Un percorso che lo porterà a incontrare innumerevoli personaggi, tra gli altri una prostituta e un presunto pederasta, cui lascerà un pezzo di se stesso, fino a ritrovarsi, alla fine, a sentire la mancanza di tutti.

Da subito capiamo che c’è qualcosa di strano in Holden, un qualcosa che lui chiama pazzia. E se intendiamo con pazzia un modo di guardare alla realtà totalmente diverso da come la vede buona parte della popolazione, possiamo dire che sì, Holden è pazzo.
La sua attenzione viene catturata da dettagli che paiono insignificanti, piccoli frammenti che acquistano ai suoi occhi un’importanza straordinaria. Come il suo amore per Jane Gallagher, racchiuso nel tenere tutte le dame bianche nell’ultima fila. Come il tema che scrive sul guantone da baseball di suo fratello Allie, morto anni prima, quando gli era stato semplicemente chiesto di descrivere una casa. O la richiesta, insistente, a tutti gli autisti che gli capita di incontrare, di dove vadano le anitre di Central Park in inverno, quando il lago è ghiacciato. Ma la sua percezione delle cose si scontra sempre e irrimediabilmente con la realtà, una realtà in cui andare “fuori tema” non è normale, e ogni personaggio incontrato nel suo cammino glielo farà presente, più o meno brutalmente. Ma cosa significa poi, “rimanere in tema”? Per Holden sono proprio le dame bianche e le anitre di Central Park l’essenza, ciò che rende la vita interessante e degna di essere vissuta, non di certo le macchine costose, le belle donne o i componimenti dei suoi compagni di classe, così terribilmente noiosi nella loro linearità.
Raccontando di sé senza mai dare retta agli altri, inizia un viaggio alla ricerca di qualcosa che il contesto in cui vive non riesce a dargli: la Verità. La verità dei gesti, delle emozioni, delle piccole cose, quell’immediatezza che non conoscono i “palloni gonfiati” del collegio Pencey, o le frivole ragazzine che accavallano le gambe nel centro commerciale. Una trasparenza di cui Holden percepisce l’esistenza e ne ha intravisto degli sprazzi, ma non è mai riuscito completamente ad afferrare al di fuori di sé, data da una carezza sulla nuca, come i bambini piccoli, della mano di Jane, o il coprirgli la testa con un berretto per ripararlo dalla pioggia da parte della sorellina, Phoebe.
Una ricerca rischiosa, lo ammonisce un vecchio professore, perché è breve il passo dal cercare qualcosa che il proprio ambiente non riesce a dare e lo smettere di cercare, incredibilmente, pericolosamente breve.
Il suo percorso lo farà approdare in un campo di segale, per salvare dei bambini che incauti giocano a palla accanto a uno strapiombo. E qui, sull’orlo del baratro, sarà proprio Holden il primo ad essere salvato.

Titolo originale: The Catcher in the Rye
Prima edizione: 1951

Giulio Einaudi editore
Traduzione di Adriana Motti

4 commenti:

  1. Penso che non si debba mai smettere di parlare de "Il giovane Holden", è un libro che se apparentemente ci pone davanti un'angoscia esistenziale, in realtà ci racconta quanto la vita ha senso solo come assunzione di responsabilità e quindi di libertà.
    E poi indubbiamente, il cacciatore nella segale, ci dice che non dobbiamo mai liberarci delle nostre passioni, ma anzi liberarci attraverso le nostre passioni.

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    1. Ecco, mi piace proprio il tuo commento. Hai ragione. Infatti mi è dispiaciuto non averlo avuto fra le mani qualche anno fa, quando mi sentivo un po' Holden anche io, e l'"angoscia esistenziale" sembrava non avere rimedio. Bisognerebbe continuare a parlarne e continuare a leggerlo, ad ogni età.

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  2. Penso di averlo letto all'età giusta XD Un po' di tempo fa quindi!
    Mi è piaciuto molto come hai impostato la riflessione, toccando le tematiche più importanti di questo libro. Talvolta mi sembra che sia piuttosto sottovalutato, quasi che il messaggio positivo/costruttivo non venga afferrato.
    Chissà che non lo rilegga a distanza di così tanto tempo, potrebbe ancora sorprendermi.

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    1. Oh, ti ringrazio Glò! Sono d'accordo con te, è un libro estremamente positivo. O almeno, se non si legge in questa chiave (positiva) non si può far altro che pensare che Holden, alla fine, sia votato al suicidio. Ma dubito sia così.
      Io dico di sì, potrebbe sorprenderti ;)

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