mercoledì 4 febbraio 2015

Michel Houellebecq, Sottomissione

“È la sottomissione,” disse piano Rediger. “L’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta.” 
Michel Houellebecq

Ho comprato Sottomissione il giorno in cui è uscito in Italia, il 15 gennaio, sicura che sarebbe stato investito da una valanga di polemiche e decisa a seguire il dibattito che ne sarebbe scaturito; ma, con mia grande sorpresa, il dibattito acceso che mi aspettavo in Italia non c’è stato. Perché, mi sono chiesta? Forse si è preferita una certa cautela nei confronti di un libro presentato proprio il giorno dell’attentato a Charlie Hebdo, attentato nel quale ha perso la vita un grande amico dell’autore, Bernard Maris. Ma nel momento in cui ho letto, ho capito: Houellebecq non ha motivo di essere contestato. Più che una critica all’Islam, Sottomissione mi è parsa un’amara riflessione sulla civiltà occidentale, sulla pochezza dell’uomo moderno. E la religione, in tutto questo, è solo un pretesto per parlarne.

François è un professore universitario frustrato, alienato, depresso. L’unica cosa che sembra tenerlo ancora in vita, oltre ai cibi precotti, sono le disinibite studentesse che lo intrattengono dopo le lezioni e le pagine di Huysmans, scrittore decadente cui anni prima aveva dedicato una tesi immensa.
In un futuro prossimo, un 2022 caratterizzato da una profonda indifferenza e confusione sociale, dove andare a prendere un tè alla Moschea è la prassi e gli scontri armati non fanno paura, guardati di sfuggita dai francesi che passano per le vie, si assiste ad un cambiamento epocale: le presidenziali trovano al primo posto il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, e al secondo, in un testa a testa inimmaginabile, la Fratellanza Musulmana e il partito socialista, che si coalizzano insieme alla destra moderata per tener testa al Fronte. Il leader della Fratellanza Musulmana, Mohammed Ben Abbes, è un personaggio carismatico, pacato, il cui sorriso è ben visto dal pubblico che segue con piacere i suoi interventi televisivi. Ma essendo mussulmano, Ben Abbes non nasconde di voler instaurare una metodologia di governo che si mantenga fedele ai principi dell’Islam.
François si sente perduto, tenta un nuovo avvicinamento al cattolicesimo, ripercorrendo il pellegrinaggio del suo mentore, Huysmans, alla madonna Nera di Rocamadour. Ma il cristianesimo non riesce a dargli nessuna risposta. Del resto, convertirsi all’Islam e lavorare per la nuova Sorbona gli garantirebbe quattro giovani studentesse come spose e un salario decisamente più consistente. Qual è la cosa giusta da fare? 
Forse, l’unica alternativa è lasciarsi andare al corso degli eventi.

Quello che mi ha deluso immediatamente dopo la lettura di Sottomissione era l’aspettativa di una distopia forte, violenta, un futuro terribilmente alienato stile Brave new world o Grande Fratello, immagini che ricalcassero lo sterminio della cultura di Bradbury. Ma non vi è nulla di tutto ciò del romanzo, che non vuole rappresentare un futuro distopico, ma una decadenza in atto.
Nessuno osteggia la Fratellanza Musulmana, perché in fin dei conti è proprio quello che la Francia del romanzo vuole: la privazione della scelta, qualcuno che dall’alto elimini il dissidio della coscienza e dia uno scopo alla vita, scopo che François più volte perde pensando al suicidio nel suo appartamento, circondato da alcol e giovani prostitute, dedicando la vita a studenti assonnati cui poco importa di Huysmans e del decadentismo. O quando lascia andare senza trattenerla la ragazza che ama, Myriam, che con leggerezza dopo poche settimane “conosce qualcuno”, dimenticandosi di lui.
Come la donna si sottomette all'uomo – viene detto a François in un punto del romanzo, concezione che ci ricordano le continue scene di sodomia e di sessualità esasperata – così l’uomo deve sottomettersi al Dio, così è giusto, così dev'essere. E il docente universitario dalla sterminata cultura non riesce a trovare parole per ribattere.
L’uomo del 2000 è in fondo un individuo che di tutte le libertà che possiede non sa più che farsene, e ricerca un ritorno al rigore. Il Cristianesimo ha ormai perso la sua spinta propulsiva, e non è in grado di far fronte alla perdita di valori della società, all’indifferenza e allo scompiglio dati da un momento di profondo disagio sociale. Cosa fa allora l'uomo moderno? Cancella con noncuranza un passato cristiano e un presente laico, per rimettersi nelle mani di una cultura che non gli appartiene, ma ha una parvenza di solidità e sicurezza.
Proprio qui emerge in tutta la sua potenza la critica all’Occidente, più terribile di qualunque distopia del ‘900: il paradosso che questa privazione di libertà, la “sottomissione assoluta”, non è imposta, ma richiesta.

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