mercoledì 4 marzo 2015

Lev Tolstoj, Tre Morti

I primi raggi del sole, penetrando in una nube più trasparente, scintillarono, e corsero sulla terra e in cielo. La nebbia si mise a rilucere e galleggiare, a onde, nelle forre, la rugiada, scintillando, giocava nel verde, le nuvolette trasparenti, imbiancate, in fretta corsero per il cielo che diventava azzurro. Gli uccelli si affollavano nel bosco, e come smarriti, pigolavano qualcosa di felice; le succose foglie gioiosamente e tranquillamente mormoravano e frusciavano sulle cime degli alberi, e i rami degli alberi vivi lentamente, maestosamente, si muovevano sull'albero morto, abbattuto. 
Lev Tolstoj
In realtà non avevo in programma di leggere questo racconto, ma ho risposto a quella mia concezione un po’ romantica della lettura secondo la quale è il libro a chiamarti, e non il contrario. Quindi nonostante l’avessi già letto, ho quasi controvoglia (che brutta parola, diciamo con-voglia, ma contro i piani che mi ero prefissata) dovuto riprenderlo in mano lasciando carta bianca all'inconscio, che probabilmente per qualche arcano motivo ha deciso per me.
Questo non è uno degli scritti più famosi di Tolstoj, l’ho scoperto quasi per caso, preparando un esame di Letteratura Russa. In un saggio (di cui non ricordo il nome) un autore (di cui non ricordo il nome) sosteneva che se Tre morti fosse stato scritto da Dostoevskij sarebbe stato, ovviamente dico io, completamente diverso: parlava della polifonia dostoevskiana, del fatto che l’autore avrebbe messo in scena un’idea di morte come manifestazione corale, dove ogni personaggio avrebbe dato il proprio contributo sul tema, sull’”idea”, per poi raggiungere l’apice nella morte più maestosa, quella dell’albero.
Con tutte le migliori intenzioni quel saggista di-cui-non-ricordo-il-nome voleva rispondere a qualche criterio didattico, ma al momento ho sentito violata la mia concezione un po’ romantica di letteratura (eh sì, mi perseguita) per cui un romanzo, in questo caso un racconto, è frutto di una serie di cause contingenti che permettono che abbia vita in quello e quel solo istante particolare, da quella, e da quella sola mente.
Dostoevskij non avrebbe mai scritto Tre morti, e dal momento in cui non l’ha fatto non mi interessa sapere nemmeno come l’avrebbe fatto. In ogni caso mi sono trovata nella condizione di conoscere più quest’opera possibile di quella effettivamente scritta, così mi sono sentita in dovere di leggerlo, se non altro per rispetto nei confronti della buon’anima di Tolstoj.
E alla fine ho dovuto ringraziarlo quel saggista, un po’ controvoglia (questa volta la parola non è fuori luogo), perché mi ha permesso di leggere qualcosa di rara bellezza, e non esagero se parlo di un racconto così breve, ma così intenso e profondo da lasciare per un attimo senza fiato, con il libro tra le mani e il bisogno di pensare non alla morte, ma alla vita.
Ma non ci state capendo nulla, forse è il caso che vi racconti di cosa parla.

Tolstoj racconta la percezione della morte da parte di tre personaggi piuttosto singolari: una ricca signora, un postiglione e un albero. Questi tre esseri non si incontreranno mai nel corso della narrazione, ma sono legati tra loro da un filo impercettibile: il contadino darà il suo paio di stivali, di cui sa che non avrà più bisogno, a un ragazzino che deve raggiungere la ricca signora di Sirkino per portarle delle provviste, e l’albero fungerà da croce per la bara del postiglione. Un filo che non intacca la solitudine con cui l’esperienza della morte viene vissuta, un’esperienza che non può essere corale, ma soltanto intima. E proprio sul finire dell’esistenza emerge la vera essenza dei personaggi: la falsità della signora, che non si preoccupa dei figli, si dispera e piange con continue smorfie di dolore, attaccando prima la serva e poi il marito, il cui unico intento è guarire, attaccata com’è, morbosamente, alla vita; la non-falsità del postiglione, che accetta la morte come qualcosa di inevitabile, i cui ultimi pensieri sono avere una pietra sulla sua tomba e lasciare libero l’angolo vicino alla stufa, che occupava ormai da settimane senza esserselo guadagnato; e l’albero, la verità della morte nella natura, perché non può esserci falsità in essa: il nobile albero viene scosso alle radici a colpi di ascia e cade, sublime, lasciando posto agli altri esseri viventi che prenderanno il suo posto.

Più che un parlare della morte, questo racconto mi è sembrato un incredibile inno alla vita, al modo in cui l’Uomo si approccia all'esistenza, che condiziona alla fine la sua morte, intesa come parte della vita stessa.
La signora di Sirkino, in una lettera dove Tolstoj spiega il significato di questo racconto, viene descritta dallo stesso autore come “penosa e ripugnante”. Un essere osceno, che mente ancora davanti alla morte e a se stessa, profondamente capricciosa e infantile. Del resto, perché morire quando si ha così voglia di vivere? Ma lei non capisce il significato di ciò che le sta accadendo, non se ne rende conto fino alla fine, quando, alle parole del salterio “Quando Tu nascondi il Tuo volto, essi si spaventano, prenderai il loro spirito, ed essi muoiono e ritornano alla polvere. Manda il Tuo spirito, e saranno creati e rinnoveranno il volto della terra. Sia gloria al Signore per sempre” l’autore si chiede, quasi ironicamente “ma comprendeva ella, almeno ora, quelle grandi parole?”. Anche se le avesse comprese, ormai la donna non esisteva più; il tempo per capire e comprendere era passato.
Il postiglione mantiene un attaccamento alla terra, come scrive Tolstoj “egli abbatteva gli alberi, seminava e falciava la segale, uccideva i montoni, e altri montoni nascevano da lui, e nascevano i bambini, e i vecchi morivano, ed egli conosceva bene questa legge, dalla quale non si era mai allontanato”. Conserva dunque un equilibrio con il cosmo, conosce bene la legge della natura, e sa che la sua morte è necessaria, non se ne cruccia e lascia il mondo in pace, con l’unico desiderio di avere una pietra sopra la sua lapide.
Ma cosa c’è di più vicino alla natura di un albero, che è esso stesso natura? La sua morte è la più suggestiva, non si spaventa l’albero, muore con bellezza. E gli altri arbusti sono felici, perché avranno più spazio per crescere, e sono felici gli uccelli che cantano sopra di esso, cercando un altro riparo.
Seneca, nel De brevitate vitae, diceva “ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e, quel che forse sembrerà più strano, ci vuole tutta la vita per imparare a morire”. Per Tolstoj questo imparare a vivere, e imparare a morire di conseguenza, è qualcosa che l’uomo apprende tanto più profondamente quanto più è legato alla terra, agli alberi, al ciclo della vita, quanto più è vicino alla nascita e alla morte, all'alternarsi delle stagioni, alla semina e alla raccolta, quando comprende che nella vita c’è un tempo per ogni cosa: l’uomo quanto più vive “naturalmente”, tanto più si ritrova in armonia con il creato nella vita; tanto più si ritrova in armonia con il creato nella morte.

Titolo originale: Tri Smerti (Три смерти)
Prima pubblicazione: 1859
BUR Bibolioteca Universale Rizzoli
Traduzione di Eridano Bazzerelli

2 commenti:

  1. Ciao! Questo racconto mi manca, ma mi piace molto Tolstoj, quindi magari lo leggerò. Grazie per la segnalazione!

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    1. Ciao Antonella! Spero deciderai di leggerlo prima o poi, se ti piace Tolstoj non può che piacerti anche questo racconto. Sono felice di avertelo fatto scoprire. ;)

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