mercoledì 11 marzo 2015

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al Termine della Notte

Poi succeda quel che vuole! Bell’affare! Il vantaggio d’eccitarsi in fin dei conti solo su delle reminiscenze… Puoi possederle le reminiscenze, puoi comperarne di belle e di splendide una volta per tutte di reminiscenze… La vita è più complicata, quella delle forme umane specialmente. Un’avventura paurosa. Non c’è niente di più disperato. A confronto di questo vizio delle forme perfette, la cocaina non è che un passatempo per capistazione. 
Louis-Ferdinand Céline

Tutti i “miei” libri si dividono in due categorie: quelli scelti totalmente a caso, per la copertina o una qualche parola del titolo che mi è risultata affascinante (lo so, è superficiale ma sono irrimediabilmente attratta dagli oggetti belli), e quelli meditati, selezionati con cura maniacale. Viaggio al termine della notte fa parte di questa seconda specie.
Ero rannicchiata sul divano a mangiare le mie patatine preferite (quelle che il novanta percento della popolazione trova abominevoli, al lime e pepe rosa) e stavo guardando in seconda serata Le conseguenze dell’amore, di Sorrentino (giuro che è l’ultima parentesi che apro, solo per dire che ho visto tutti i suoi film e mi piace, da impazzire). C’è un momento, surreale, in cui Toni Servillo si ritrova a dover dividere il tavolo con due sconosciute, che vogliono sedersi proprio lì, vicino alla finestra, nonostante il locale sia vuoto. Lui ha lo sguardo vitreo, da uno che ha appena dovuto violare le proprie sacre abitudini, e una di loro per tutta risposta, rivolta all'amica, apre un romanzo e comincia a leggerlo.
Mi è bastata una parola a convincermi: reminiscenza. Sembrerà strano ma mi innamoro anche delle parole. Ho lasciato cadere a terra le patatine, ho preso carta e penna e mi sono segnata quello che mi ricordavo della citazione. Come al solito il mio “quinto senso e mezzo” per i romanzi, quelli belli, non si è sbagliato, e devo ringraziare Sorrentino per questo capolavoro, che, per inciso, ha usato il Voyage come epigrafe de La grande bellezza.
E Dio, che libro.

Il viaggio di Céline ha inizio nel luogo più squallido e abietto che ci si possa immaginare, tra il sangue infetto che riga i fianchi stremati dei cavalli e quello di nemici e amici, nel fango della paura e della morte: una trincea della prima guerra mondiale. Ferdinand Bardamu, il nostro anti-eroe, è impassibile al suo scopo di soldato francese. Non combatte per un ideale, non combatte per la sua patria, e poco gli importa dell’onore. In uno slancio di puro egoismo e istinto di sopravvivenza, ha a cuore solo la sua vita: si finge invalido mentale per scappare. E risale lentamente, verso l’alto, lasciando la nuda terra per andare incontro alle altezze immense dei grattacieli di New York, dove poco cambia nella natura intima di ciò che lo circonda. La fabbrica, la catena di montaggio fordista e la virtù dell’alienazione sono quello che lo aspetta, ma non smette di cercare, in vista di un qualcosa di grandioso e sublime che non può assicurargli né il viaggio nello spazio, dall'Africa all'America, fino alla Francia, e nemmeno quello attraverso l’istruzione, da soldato a operaio, a medico. Nel suo percorso di ricerca, in cui nemmeno sa con certezza quale sia il fine ultimo, viene a conoscenza di un campionario di mosti umani, abietti, insensibili, crudeli. Ma ne rimane indifferente, forse perché proprio lui, Ferdinand, è il primo fra questi mostri, figlio di un secolo, il ‘900, che porta con sé solo angoscia e distruzione.
“L’uomo è nudo, spogliato di tutto, perfino della fede in se stesso. Questo è il mio libro.”

Tutto in questo romanzo è grigio e nero, è buio, un buio opprimente, quello della peggiore umanità. E non abbiamo una luce che rischiari la tenebra, perché nella vita, ci dice Céline, non esistono fari che possano indicarci una via da seguire. Siamo circondati dalla notte, e il meglio che possiamo fare è brancolare a tentoni nel buio, cercando alla bell'e meglio di costruire qualcosa in questa cecità assoluta. Tutto quello che abbiamo di bellezza, di gioia, di amore, non sono altro che schegge, frammenti impercettibili che però esistono, e Ferdinand li vede: c’è della luce in Molly, la prostituta che lo accompagna per “qualche mese d’America”, c’è gentilezza, affetto, pietà. Ma non è che un barlume, misero, che non ha il potere di rischiarare l’anima, se non per un istante (“L’amavo sicuramente, ma amavo ancor di più il mio vizio, quella voglia di scappare da ogni posto, alla ricerca di non so cosa, per uno stupido orgoglio senza dubbio, per la convinzione di una specie di superiorità”). E ci sono frammenti di bellezza anche negli occhi vivaci della vecchia Henrouille, nel piccolo Bébert, nel generale Alcide, che si condanna a una vita nelle colonie per mantenere la nipotina che non ha mai visto; ma Ferdinand li guarda con distacco, non cerca di tenerli stretti, né di salvarle, queste scintille. Nasce da un’epoca di smarrimento, dove non esiste la fede in Dio e tanto meno nell’uomo, e come tale si comporta, disprezza la miseria che lo circonda ma al contempo è cosciente di essere egli stesso parte di essa, e in un qualche slancio di masochismo probabilmente cerca l’abiezione, la brama. Al punto da pensare che, in fondo, il dolore non è che l’unico modo per arrivare a scoprire il proprio essere (“È forse questo che si cerca nella vita, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire”).

Viaggio al termine della notte è stato definito nichilista, anarchico, assolutamente pessimista, scandaloso. Ma è anche umano, di un’umanità che spesso lascia disorientati per la semplicità con cui ci viene presentata. E di questa umanità Ferdinand prende tutto, senza battere ciglio, senza cercare di cambiare le cose, senza moralismi. Guarda un capannello di uomini che si diverte davanti a un cane che azzanna un maiale nello stesso modo in cui osserva la forza, dolce, che scaturisce dalle “sue” donne. Ma quello che rimane è l’ossessione del viaggio, della ricerca di un seguito nobile e sublime, che lo perseguita. Ma esiste un “dopo”? Può esserci qualcosa di “altro” nella vita, o la vita sono tenebre e qualche sprazzo, solitario seppur intenso, di splendore? Ci lascia con l’amaro in bocca Céline, perché non c’è redenzione, non esiste né il sublime né il meraviglioso: “La vita è proprio questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”.

Titolo originale: Voyage au Bout de la Nuit
Prima edizione: 1932
Casa Editrice Corbaccio
Traduzione di Ernesto Ferrero

2 commenti:

  1. Il mio libro preferito, in assoluto.
    Concordo con te, Céline coglie l'umanità in tutte le sue sfumature ed ha una capacità descrittiva di una potenza estrema. Questo grazie anche al suo linguaggio gergale, in cui non sembra di leggere un testo, ma di sentirne raccontare la storia.

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    1. Ti dirò, è in concorso anche nella mia personale classifica dei libri preferiti. L'ho finito e mi è venuta voglia di rileggerlo, subito.

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