mercoledì 25 marzo 2015

Michael Cunningham, Le Ore

Diamo le nostre feste; abbandoniamo le nostre famiglie per vivere da soli in Canada; combattiamo per scrivere libri che non cambiano il mondo, nonostante il nostro talento e i nostri sforzi senza riserve, le nostre speranze più stravaganti. Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa, e poi dormiamo - è così semplice e ordinario. Pochi saltano dalle finestre o si annegano o prendono pillole; più persone muoiono per un incidente; e la maggior parte di noi, la grande maggioranza, muore divorata lentamente da qualche malattia o, se è molto fortunata, dal tempo stesso. C’è solo questo come consolazione: un’ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora. Solo il cielo sa perché lo amiamo tanto. 
Michael Cunningham

Tre storie, tre donne di epoche diverse legate tra loro da un filo, sottilissimo. 
Virginia Woolf, la celeberrima scrittrice ripresa in tutta la sua altera bellezza a pochi giorni dal suicidio; Clarissa, editor dei giorni nostri, colta mentre sta organizzando una festa per un premio letterario conferito al suo amico Richard, malato di AIDS; e la signora Brown, casalinga frustrata, con desiderio: scappare per un giorno, un giorno solo dalla estenuante quotidianità della sua mediocre vita borghese.
Tre istantanee di donne scattate in attività comuni (il lavoro della scrittrice, l’acquisto dei fiori per la festa di Clarissa, la preparazione di una torta per il compleanno del marito della signora Brown), tutte accomunate da un romanzo, che nel bene o nel male sconvolgerà profondamente le loro vite.
In un alternarsi incalzante delle voci delle tre protagoniste, scopriremo i retroscena della calma pazzia di Virginia, intenta nella stesura del suo capolavoro, Mrs Dalloway, tormentata dalle voci nella sua testa alle quali risponderà con algida determinazione lasciandosi affogare nel fiume Ouse. La nostalgia del passato di Clarissa, soprannominata affettuosamente signora Dalloway dal suo amico Richard, al quale era stata legata da una relazione anni addietro, per poi uscirne lui con un altro uomo, e lei con un’altra donna.
E la sorda angoscia della signora Brown, che nutre un sentimento di disgusto e amore per suo figlio e suo marito, e che, dopo una torta mal riuscita, deciderà di scappare, un libro in mano (ed ecco che torna la vecchia Mrs Dalloway) per rifugiarsi in una camera d’albergo e prendere la decisione di non tornare mai più.
Tre fili che si scopriranno essere uno solo nello sciogliersi dei nodi di una trama tanto sapientemente tessuta, quando ognuna delle donne, dopo aver sconvolto la propria vita, tornerà a vivere la propria esistenza con un nuovo equilibrio.

Vincitore del premio Pulitzer per la letteratura nel 1999, Michael Cunningham  ha saputo condensare temi quali l’omosessualità, la malattia, la pazzia, la mediocrità e il disagio, bilanciandoli sapientemente in un gioco di luci e ombre che traspare a turno da ognuno dei protagonisti.
Il tema centrale è quello di dare un’immagine della letteratura come unico rimedio per “restituire un senso alle nostre vite confuse e sghembe, uno specchio dentro cui la vita, riflettendosi, giunge per un momento a dire se stessa”. Ma qual è il prezzo di questo momento che ci regala la letteratura come rimedio e fardello? Perché non è poi così facile saper reggere il peso della verità, e ritrovarsi anche solo per un istante a scoprire il senso o, molto più spesso, il non-senso della propria vita. Lo sa bene Richard, lo scrittore, che si ritrova malato di AIDS e rinchiuso in esilio volontario in un appartamento squallido, straziato dal ricordo di un’infanzia infelice. La letteratura gli permette di vedere, forse di capire se stesso, ma come può sopportare ciò che scopre? Come può anche solo riuscire a guardare la luce del sole, il mattino, i fiori della festa, quando alla sua vita “confusa e sghemba” non riesce a trovare soluzione?
O Virginia, che un rimedio lo trova nel suicidio.
Forse l’unico personaggio (il mio preferito peraltro) che trova un perché alla sua esistenza, nonostante distrugga quella di chi le sta intorno, è la signora Brown, la casalinga, la depressa, la classica donna che non si scommetterebbero due soldi possa combinare qualcosa, immersa com’è nella sua bella vita borghese nella quale è infelice, ma in fin dei conti è quello che possiede.
E invece ci stupisce. Perché con il suo libro tra le mani parte alla ricerca di quelle ore in cui “la vita sembra aprirsi completamente e darci quello che avevamo immaginato”, incurante di lasciare il marito e il figlio per cercare un altrove che forse non esiste nemmeno, ma tentando di trovare la felicità. Non si può dire sia nobile il suo gesto, ma giusto o sbagliato che sia risponde al senso della vita con la vita, così limpida per la prima volta.

Titolo originale: The Hours
Prima edizione: 1998
Casa editrice: Bompiani
Traduzione di Ivan Cotroneo

4 commenti:

  1. Ho un bel ricordo di questo libro, così come del film.

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  2. Amo questo libro. Mi piace soprattutto la genialità di Cunningham di sviscerare e ricomporre Mrs.Dalloway, di aprire quel romanzo come se fosse una finestra aperta su una strada e di vederci un mondo nuovo al di là. Mi piace come tutto, in The Hours, ritorni, sia fagocitato da Mrs.Dalloway. La trovo una perfetta ode a Virginia Woolf, perchè si vede che è scritta con amore e rispetto.
    (Anche la mia preferita era Laura Brown, nonostante sia il personaggio che più di tutti potrebbe venire criticato per come "ha gestito la situazione", ma è incredibilmente affascinante).
    Trovo anche affascinante che un uomo sia riuscito a descrivere in maniera così compiuta un universo tutto femminile, cosa per niente facile.

    Comunque complimenti per le recensioni, le leggo sempre e stai facendo un gran bel lavoro!

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  3. Ciao Stéphanie. Wow. Sai cosa, hai parlato di questo romanzo "come fosse una finestra aperta su una strada e di vederci un mondo nuovo al di là", e la cosa mi ha un po' stupito, perché mentre leggevo mi sentivo proprio come stessi guardando da una finestra. Anche leggendo Mrs. Dalloway mi sembrava di vederla attraversare la strada per andare a prendere i fiori, sbirciandola dal mio appartamento. Hai ragione, ha avuto un infinito rispetto per il romanzo, il rischio era deturparlo, ma è riuscito a maneggiarlo fra le mani con delicatezza, come un fiore appunto. E nello stesso modo, soave, ha maneggiato l'universo femminile.

    Ti ringrazio, di cuore. ;)

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