mercoledì 18 marzo 2015

Oscar Wilde, Salomè

ERODE: […] Salomè, pensa a quel che fai. Quell’uomo, forse, è mandato da Dio. Son certo che è mandato da Dio. È un santo. Il dito di Dio l’ha toccato. Dio gli ha messo in bocca quelle parole terribili. Nel palazzo come nel deserto, Dio è sempre con lui… Almeno, è possibile. Nessuno può dirlo con certezza, ma è possibile che Dio sia per lui e con lui. E così può darsi che, se muore, io venga colpito da una disgrazia. In effetti ha detto che nel giorno nel quale morirà, accadrà una disgrazia a qualcuno. E non può essere ad altri che a me. Ricordatevi, quando sono arrivato qui sono scivolato nel sangue. E poi ho sentito un battito d’ali nell’aria, un battere d’ali gigantesche. Sono pessimi presagi. E ve n’erano altri. Sono sicuro che ve n’erano altri, per quanto io non li abbia veduti. Ebbene, Salomè, non vuoi che mi capiti una disgrazia, non è così? Non puoi volerlo. Allora, ascoltami.
SALOMÈ: Voglio la testa di Giovanni. 
Oscar Wilde

La luna è strana a guardarla dalla terrazza del palazzo di Erode: sembra una principessa, casta, ha la bellezza di una vergine ma al contempo qualcosa di torbido che affiora dal suo pallore, come di una donna uscita da un sepolcro, oscillante come un’ubriaca in cerca di amanti. E sta là, avvolta dalla notte, incurante di chi la osserva da quella terrazza così sontuosa, degli occhi che la ammirano, turbati. Ma la luna non sa di avere una sodale sulla terra, la principessa del palazzo di Erode, Salomè.
Come la luna Salomè è di un pallore mortale, si muove come un angelo ma il suo cuore è freddo, glaciale. Ha una sensualità innata che attira gli sguardi degli uomini, ma ne desidera uno solo, l’unico con la forza di disprezzarla e respingerla: Giovanni Battista, il profeta, l’uomo toccato dalla mano di Dio. Ne brama il corpo, la pelle d’avorio, i capelli, più neri della notte; ma soprattutto la bocca, quelle labbra vermiglie che mai avevano sfiorato una donna. Danza per Erode, il patrigno affascinato dalle sue movenze da dea, ma vuole in cambio l’unica cosa che non potrà mai avere se non commettendo un omicidio disumano. E si ritrova con quello che aveva bramato fra le mani, la testa di Giovanni e quelle labbra rosse tra le sue, dal sapore aspro del sangue (o quello è il sapore dell’amore?, si chiede Salomè) che scorre dal collo mozzato. Ma una disgrazia aleggia nell’aria, un’atroce punizione che aveva suggerito quella luna così strana, il battito d’ali gigantesche, il sangue di un giovane siriano sulle piastrelle candide della terrazza; una punizione che prende atto per mano di un uomo, ma che si abbatte con tutta la potenza divina sul peccato di Salomè, figlia di Erodiade, principessa di Giudea.

Salomè a mio parere è uno dei personaggi femminili più affascinanti della letteratura. È una donna piena di contraddizioni, è al contempo la vergine e l’etera, l’angelo e il demone; incarna l’eleganza più pura e la crudeltà spietata. Ha una passione perversa per ciò che non può possedere perché nulla per lei è inaccessibile, tranne lo spirito. Nonostante Giovanni Battista finisca tra le sue braccia non è ormai che un inutile involucro, ma non se ne rende conto, intenta a gustare quel sapore di sangue in cui cerca una qualche traccia d’amore, che non può trovare: l’anima del profeta è solamente di Dio, non degli uomini, e tanto meno di Salomè, la “figlia di Sodoma”. Ma ha osato troppo questa volta la donna, perché il desiderio carnale l’ha spinta a volere qualcosa che va ben oltre la sua portata, e quello che sembrava solo un uomo nasconde dentro di sé tutta la forza di Dio.

Il potere seduttivo di Salomè durante la narrazione si snoda in due direttrici, da un lato l’influenza che esercita sugli uomini, dall’altro il potere maligno con cui piega il prossimo ai suoi voleri. E nel finale quel potere seduttivo, strisciante e sensuale, si esaspera trasformandosi in morte: Salomè ordina di tagliare la testa a Giovanni, portando all’estremo il suo vizio, e Erode fa schiacciare la figliastra dagli scudi dei soldati, che quasi come gli sguardi durante il banchetto le si posano addosso, trucidandola. Il suo comportamento in vita si ripercuote anche nella morte, in modo inquietante; la giusta punizione per aver bramato qualcosa che non le apparteneva, e di cui non avrebbe mai potuto godere: un uomo di Dio.

Prima edizione: 1893
Giangiacomo Feltrinelli Editore
Traduzione di Gaia Servadio e Raul Montanari

2 commenti:

  1. Non ho mai letto questo testo, ma, con la tua recensione, hai risvegliato la mia curiosità su questo personaggio complesso e molto interessante per letterati e artisti vissuti fra Ottocento e Novecento... dovrò leggerlo!
    Grazie del suggerimento e buone letture! Cristina

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    1. Oh ma che piacere, ti ringrazio! Vedrai che ne rimarrai affascinata Cristina, non può che essere così. E non hai idea di quanto sia felice di avertelo fatto scoprire proprio io.
      Ti auguro a mia volta una buona lettura, e buona serata.
      Giulia

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