mercoledì 6 maggio 2015

John Steinbeck, Uomini e Topi

La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. “Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l'indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d'un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l'indomani.”
Lennie era felice. “È così, è così. E adesso dimmi com'è per noi.”
George riprese. “Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all'osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c'è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.”
Lennie interruppe: "Noi invece è diverso! E perché? Perché... perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché."
Rise beato. “Va’ avanti, George.”
“Lo sai a memoria. Puoi dirlo da te.”
“No, tu. Hai dimenticato qualcosa. Dimmi come sarà un giorno.”
“Va bene. Un giorno… Avremo messo insieme i soldi e ci sarà una casetta con un pezzo di terreno e una mucca e i maiali e…”
E vivremo del grasso della terra,” urlò Lennie. “E avremo i conigli. Va’ avanti, George! Di’ quel che avremo nell’orto e i conigli nelle gabbie e la pioggia d’inverno e la stufa; di’ come sarà spessa la panna sul latte che non la potremo tagliare. Di’ tutto questo, George.” 
John Steinbeck

Ho scelto di leggere Uomini e topi, banalmente, per la simpatia che provo per i topi.
Quindi senza sapere nulla della trama, senza nemmeno leggere la quarta di copertina, mi sono avventurata in una storia che pensavo parlasse appunto, oltre agli uomini, anche dei miei amati roditori. Sono rimasta abbastanza scioccata quando il primo topo che compare fa capolino dalla tasca di Lennie, morto; e il secondo si ritrova la testa schiacciata tra l’indice e il pollice, sempre di Lennie (muore anche lui, ma forse era superfluo dirlo). Poi beh, mi sono abituata allo stile di Steinbeck, e mi ha sorpreso meno (per quanto l'abbia trovato orribile) quando è un cucciolo di cane a fare la fine dei primi due topini; e infine una donna, che si ritrova soffocata dalle grosse mani del protagonista.
Questo Lennie, che forse non conoscete, forse avete già avuto il piacere di incontrare, descritto semplicemente dalle sue azioni può sembrare un sadico, un maniaco, un personaggio malvagio. In realtà Lennie, che Steinbeck sa dipingere con tanta maestria senza dare giudizi morali, raccontando i fatti semplicemente come sono accaduti (non a caso il primo titolo conferito a Uomini e topi era proprio Something that happened), è un ritardato mentale, un uomo dalla forza immensa che la sua mente non riesce a controllare, minata com’è dai disturbi psichici. E fa quasi tenerezza quel suo “accarezzare troppo forte” che lo porta a far appassire ogni forma di vita che gli passa fra le mani, anche i topi, così morbidi, che continua a sfiorare per giorni dopo la loro morte. 
Il fedele compagno George, molto più scaltro e intelligente di lui, è la sua unica possibilità di sopravvivenza nella California degli anni ’30. Con George Lennie si ritrova a vagare da un ranch all’altro, lavorando a cottimo, nella speranza di realizzare il sogno di avere un appezzamento di terreno tutto per loro dove allevare dei conigli, per toccarne la morbida pelliccia. Ma l’ingenuità e la pazzia di Lennie lo portano a scontrarsi con il mondo reale, dove stringendo troppo forte i morbidi capelli biondi della moglie del figlio del padrone del ranch, alle urla di lei, rimane terrorizzato e d’istinto le tappa la bocca, ritrovandosi tra le mani un cadavere; e il sogno di un appezzamento di terreno, con i maiali e le mucche e i conigli, e la panna che non si riesce a tagliare, svanisce d’un tratto con un colpo di pistola alla nuca; una vita schiacciata tra l’indice e il pollice, come quella di un topo.

Steinbeck mette in scena (e mai vocabolo fu più appropriato, dato che leggendo Uomini e topi si ha spesso la sensazione di trovarsi nel bel mezzo di una pièce teatrale) un’America reduce della crisi economica post ’29, dove i migranti (i cosiddetti hobo) si trascinano da un ranch all’altro alla ricerca di un lavoro occasionale, nella speranza di mettere da parte qualche soldo per mettersi in proprio. Sotto una scrittura colloquiale, che talvolta sfocia nella volgarità, si disgrega totalmente quell’ideale di “sogno americano” che aveva fatto sognare un’Europa che guardava agli Stati Uniti come a una sorta di paradiso. Questa è l’altra faccia dell’America di Wall Street, ad essa opposta e speculare, regolata da una legge barbarica, quasi animalesca, per la quale chi lavora è costretto a spezzarsi la schiena coltivando campi, e chi non lavora muore, inesorabilmente. E Lennie, che nonostante la mole fisica rappresenta il debole, l’esiliato dal consorzio umano, è il primo a pagarne le conseguenze. Viene soppresso per il suo bene, da una mano amica, come lui soffocava i suoi amati animali per il troppo amore che voleva donare. Perché non c’è spazio per la fragilità, né per gli ingenui o per gli sciocchi; e chi sopravvive in questo “paradiso” non può permettersi di essere trascinato a fondo.

Titolo originale: Of Mice and Men
Prima edizione: 1937
Casa editrice: Bompiani
Traduzione di Cesare Pavese

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